di Leonardo Romanelli 16 Ottobre 2012
Veranda, Hotel, Villa d'Este

Quando D’Alema, a sorpresa un tema delle primarie PD, era l’estensore delle regole della sinistra, riuniva esimi pensatori in abbazie e conventi per costruire un paese normale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Oggi si è tornati al classico e tra le cosucce che fanno l’epica di questa stagione annoveriamo Forum per i grandi della Terra in posti rodati, sicuri. Tra i più adatti alla bisogna Villa d’Este di Cernobbio, sul lago di Como, amato dagli americani per via di Clooney, ma quasi archiviato dallo stesso Clooney per eccesso di paparazzi.

Entrando sforniti di autista e auto blu, come capita a me, si riversa sul personale un filo d’inquietudine. Vengo fermato all’ingresso, squadrato con fare deciso, interdetto dal mangiare poiché il ristorante è prenotato. Faccio valere la prenotazione e le porte magicamente si aprono. Con tante scuse. La seduta vista lago nella veranda è splendida, ovvio, intorno ai tavoli si muovono rapidi giovani camerieri infracchettati con giacche di colore diverso a seconda della mansione. Il maitre si lascia sfuggire che fanno a gara per uno stage qui.

Anche lo stile della cucina, formatasi alla scuola del rispetto per le regole: ingredienti di livello, tecnica al servizio dell’estetica, aggiornamenti senza strafare, è composto, elegante e forte. Non mi pento dell’antipasto, crudo di scampi condito con ceviche di mela verde e pompelmo, accompagnato da gelato all’olio extravergine di oliva, ma intorno a me diluvia foie gras, anatre e oche non si salvano dalle signore in tailleur Emilio Pucci. Lo servono con due temperature, insieme a gelatina di Sauternes e piccoli croissant. Invogliato lo assaggio: è profumato, saporito e avvolgente, di un grasso che mi stampa il sorriso ebete sul volto.

Improvvisamente famelico mi muovo tra la zuppetta di broccoli romani con cappesante e bottarga di muggine e l’astice, servito con i coralli su un ristretto al vino rosso (quale?) e spinaci allo zenzero; il piccione disossato e ripieno di foie gras, emblema di barocchismo gastronomico e la crema brulée al pistacchio di Bronte e spuma al passito.

Proibito lanciare il cuore oltre l’ostacolo della carta dei vini, ampia ma fondata su etichette rassicuranti dai ricarichi in linea con il posto (=proibitivi). Per oggi vino al bicchiere. Servizio travestito da fiction svolta in un ristorante di lusso, esageratamente ingessato, formale, tecnico ma freddo, ancorato alla legge del “who’s who?” (ovvero: calpestami pure ospite conosciuto, per gli altri mando in scena una specie di altezzoso distacco).

Caldo come una lascivo cubetto di ghiaccio. 130 euro senza vini.