di Prisca Sacchetti 6 Settembre 2012
davide oldani, chef

Disinnescate il colpo, infaticabili accusatori di marchette a mezzo blog, se riparliamo del nuovo libro di Davide Oldani, Il giusto e il gusto, Feltrinelli –da domani in libreria– è per un motivo ben preciso. Da pag 81 a pag 84, nel capitolo titolato “Identità… noiose”, lo chef del D’O di Cornaredo (Milano) scrive chiaramente ciò che pensa su un argomento sempre caldo: gli sputasentenze anonimi della blogosfera. Opinioni più o meno condivisibili, chiaro, ma almeno prive di tatticismi e ipocrita diplomazia. Ecco un estratto, mi dite cosa ne pensate?

“Quando parlo di identità noiose mi riferisco ai blogger che non si firmano, frequentatori della blogosfera a pieno titolo, certo, ma tipi senza identità o, come preferisco dire adesso che sto imparando a gestire meglio rabbia e delusione, con un’identità… noiosa.

Ho provato a dare un senso all’esistenza di questi criticoni della forma del piatto, dell’altezza della sedia, della densità della crema, dei bottoni dorati sulla giacca di un cliente, di quei criticoni, dicevo, che dopo aver postato in rete la loro preziosissima opinione non la firmano.

Ma pur riconoscendo il diritto alla libera espressione e la potenzialità democratica del web, non sono riuscito a rintracciare il significato profondo di chi resta anonimo dopo aver polemizzato sul fatto che io abbia perso tempo a lavare le tazzione o su altri aspetti marginali del mio lavoro. Per quanto mi sforzi non riesco proprio a immaginare l’anonimato indispensabile alla circolazione di certi messaggi. Insomma, diciamolo, ma che battaglia per la libertà vincerà mai il blogger che dice male di un ristorane e poi non si firma? Non potendo — per rispetto a chi lo ha fatto e lo fa sul serio — paragonarlo a chi rischia la pelle per informare il prossimo, mi domando: cosa rischierà mai questo anonimo opinionista?

Trova soddisfazione nel puro ma rigorosamente anonimo sfogo? Si accontenta di mettere in giro voci con l’unico scopo di fare danno agli altri? Sia chiaro che non è la critica che sto criticando, tantomeno il diritto a quella negativa. Mi domando semplicemente se una critica non è più forte e più incisiva quando porta la firma di chi la fa. E mi domando: dove sta il valore di una libertà che non contempla anche l’assunzione di responsabilità?

Io firmo i miei piatti nel bene e nel male. Mi assumo la responsabilità di dire che ho fatto io qualcosa che gli altri potranno apprezzare o criticare. E sinceramente non vedo dove sta il senso (e meno ancora il coraggio) di sputare addosso a qualcuno se poi si serrano le labbra quando è il momento di presentarsi. Sì, insomma, di dire “gurda che sono io quello che ha diffuso nella blogosfera la storiella dei bottoni d’oro sulla giacca di un tuo cliente”, ovvero la notizia che tutti stavano aspettando.

Non mi faccio paladino della mia categoria, tantomeno di altre, credo che ciascuno sia in grado di difendersi da solo. Insomma, parlo con te, ho capito che di mestiere fai il blogger, ma se mi dici anche come ti chiami, ci siamo presentati tutti e due. E invece che guardarci allo specchio o ammirare ciascuno il proprio ombelico, magari ci guardiamo negli occhi. Per quanto virtuali”.

[Crediti | Immagine: Repubblica]