di Prisca Sacchetti 10 Settembre 2012
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Non si tratta di esagerare con la sciatteria dei luoghi comuni, nemmeno di smoccolare dopo l’ennesima disfatta a ChefVille, il gioco di Facebook che fa di noi gli impovvisati boss di un locale. Nella vita reale non ci s’improvvisa gestori di un ristorante. Per un motivo semplicissimo: farlo è maledettamente complicato. Non siete d’accordo? Allora provate a calarvi in questa storia.

Siete il proprietario di un ristorante famoso, è in America, a Charleston, Carolina del Sud. Si chiama Husk, e nel 2011, secondo il mensile Bon Appetit, è stato il migliore degli Stati Uniti. In agosto il settimanale Newsweek lo ha incluso nella lista dei 101 migliori posti per mangiare nel mondo, per quel che può contare, diciamo così.

Avete avuto una giornata dura ma siete felici, clienti soddisfatti e scialo di complimenti. Prima di andare a letto vi concedete un brindisi con il personale, un bicchiere di vino buono, l’ultimo, quello della staffa.

Poi succede che il vostro giovane sommelier, Adamo Burnell, guidando la sua Audi verso casa urta un’altra auto che finisce contro un muro prendendo fuoco. Nell’incidente, l’uomo alla guida dell’auto, Quentin Miller di 32 anni, purtroppo muore. Il tasso alcolemico del vostro sommelier è di 0,24, tre volte il limite consentito dallo stato (in Italia è 0,5).

I familiari della vittima vi fanno causa, i proprietari di un ristorante non devono permettere ai dipendenti di assumere alcol sul posto di lavoro.

Vi difendete energicamente spiegando che lo avete proibito dal 1991, 24 ore su 24, sette giorni su sette. Per far rispettare il divieto avete addirittura fatto installare delle telecamere a cicuito chiuso. Ma l’avvocato della controparte ha in mano testimonianze che dimostrano il contrario. Il personale prova il vino durante il servizio e dopo l’orario di lavoro si rilassa con qualche drink. La compagnia assicurativa vi propone di chiudere la causa con un risarcimento di 1,1 milioni di dollari. Sono i vostri soldi, ovviamente. E per guadagnarli avete sputato sangue.

Non basta. L’incidente apre una discussione in tutto il Paese, alimentata dai giornali. Si invoca tolleranza zero contro la vostra eccessiva indulgenza (e dei vostri colleghi) per il consumo di alcol da parte dei dipendenti durante il lavoro. Inclusi i bicchieri della staffa.

Dicevamo che gestire un ristorante è maledettamente complicato, mi pare che la tesi sia stata dimostrata. Piuttosto viene da chiedersi una cosa: cos’avremmo fatto noi al termine di una gloriosa serata con quell’ultimo bicchiere, il bicchiere della staffa?

[Crediti | Link: Divini, Dissapore, UsaToday. Immagine: Maurizio Camagna]