di Prisca Sacchetti 31 Maggio 2012
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Ci avevano convinto che l’abbondanza fosse sinonimo di gioiosa soddisfazione. Le nostre nonne hanno goduto come ricci a rimpinzarci di merende da naufraghi stile Cast Away. I compleanni della nostra infanzia sono stati paesi dei balocchi dove a trionfare erano due costanti: quantità e cattivo gusto. L’età adulta ci ha invece trovati più debosciati, imbolsiti dagli interminabili pranzi domenicali dalla suocera.

La naturalissima foga del voglio di più e non mi basta mai ci porta ad accettare il quotidiano affanno del poco, del piccolo.

Sul menù dell’ordinaria follia culinaria, la negazione della naturale tendenza a godere dello scarto fra necessità e comfort ha un nome: si chiama cupcake.

Il cupcake (o la, non si è ben capito) è ben lungi dal voler convincere il bonario piluccatore che ci sia qualcosa di lussureggiante oltre la spugnosa lacca del suo frosting. Anzi, questi finti paradisi in tazzina sono fatti apposta per castrare il nostro desiderio. E compiono il loro primo abuso sul genere umano mettendogli nel piatto l’ingrediente numero uno della detrazione di piacere: la misura.

Che siano figli del dolce più genuino del mondo, ricavati col metodo bonsai dalla ricetta di un’ottima torta paradiso finita in tazza per il capriccio di una massaia anglofila, o che siano un deposito condensato di conservanti, i cupcakes vanno risolutamente messi alla gogna.

Qualcuno doveva pur farlo. Il momento è propizio, ora che le tortine demoniache hanno iniziato a infilarsi dappertutto: sui vassoi delle prime colazioni degli italiani, ai compleanni – pallidi ricordi di quelli dell’infanzia, nelle borsette da signora come spezzafame pomeridiani, persino nelle vetrine dei negozi di abbigliamento (?!?). La crociata contro questi stucchevoli gremlins da tè, insomma, andava indetta.

Horror vacui.
Il primo brutto tiro ci viene giocato dall’horror vacui del nulla-oltre-la-tazzina. Sembra che qualcuno abbia deciso per noi che bisogna per forza trasformare il cibo in una miniatura per renderlo innocuo. Ma non è un po’ troppo comodo delegare a una forma la responsabilità di non rimpinzarci di sostanza? L’amor proprio ci vorrebbe capaci del coraggio delle nostre azioni di fronte a un vassoio, lasciandoci il libero arbitrio di scegliere le dimensioni della fetta. I cupcakes, invece, ci illanguidiscono la coscienza con la scusa della dose mignon – come se la quantità quaresimale bastasse a redimerci.

De gustibus.
Come tutti quelli che osano ma solo a piccole dosi, i cupcakes sono manifestazioni di pusillanimità. Nessuno si azzarderebbe mai a mescolare tante porcherie tutte insieme in una torta a tre piani, ma un minuscolo cupcake legittima ogni nefandezza, come quella dell’adolescente che si tatua un’innocente chiave di violino sulla caviglia. Perché che vuoi che sia, finisce in un boccone che manco ti accorgi, nel frattempo ti atrofizzi le papille con le temperature proibitive del caffè americano (tutto ha un suo perché) e la pillola va giù.

De frostibus.
Al formaggio, al doppio cioccolato, al burro d’arachidi emulsionato con ganache alla vaniglia, red velvet, impastate di zucchero a velo color blu puffo. Fare una panoramica delle assurde coperture aiuta a capire come queste vanifichino quel tanticchia di buono che i cupcakes erano riusciti a fare in grazia delle loro dimensioni irrisorie: preservarvi le arterie dai trigliceridi galvanizzati e dall’impennata della glicemia. Oltretutto, resta sempre un mistero se le varie ed eventuali stelline, palline argentee e mezze lunette fucsia che ingolliamo con giusta riluttanza siano qualcosa di realmente commestibile o uno scherzo birbone del pasticciere – che, non dimentichiamo, ama definirsi designer.

Miraggi in vetrina.
Nei rari casi in cui i cupcakes sono effettivamente le versioni fetali di torte fatte e finite, è destabilizzante vedere che nella stessa vetrina, a esigua distanza dal carrot-cupcake del penitente, troneggia (a pari prezzo!) una fettona smargiassa di carrot-cake. Sogno o son desto? Quella vera, che, con le sue grazie generosamente farcite di cream cheese e una gigantesca noce pecan in equilibrio sulla sommità, ammicca al cupcaker, infrangendo si spera ogni sua originaria intenzione di accontentarsi di una misera tazzina.

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