compagni, appartamento, università

Pensavo che aver quasi raggiunto i 30 mi avesse emendato dal rivivere certe situazioni. Il punto è che dai conviventi non ci si libera mai abbastanza. E badate, non parlo di amori, amorazzi primaverili o semplici flirt, ma dei famigerati compagni di università.

Ai tempi dell’università, con i miei conviventi è capitato di discutere per chi dovesse:

–apparecchiare,
–sparecchiare,
–togliere i panni dallo stendino,
–tagliare il prato,
–pagare le bollette,
–aggiustare il televisore,
–fronteggiare vicini inviperiti,
–buttare la spazzatura,
–fare le pulizie,
–accogliere gli ospiti,
–fare il tiramisù,
–ma soprattutto fare la spesa.

La spesa è rivelatrice perché gli interscambi tra coppie di conviventi-non-amanti, presumono una fiducia che non è scontato riporre nel prossimo. Per dire, parlando di spesa esistono conviventi che:

– proprio non la concepiscono: non ce la faccio a campare di Pringles e Fonzies, per quanto mi lecchi le dita la fame resta, e sono le dieci di sera;

– non rispettano la lista, non ci riescono: se ho scritto carta igienica non intendo tovaglioli da tavola, invero poco adatti alla doppia funzione, dovrebbe essere lampante;

– non distinguono: le fragole a gennaio, le ciliegie a ottobre, le mele a luglio e i pomodori a febbraio sarebbe meglio di no. Non pretendo il rinnovo dell’iscrizione a Slow Food, ma cribbio, le stagioni si studiano alle elementari;

– si perdono nell’iperspazio del supermercato: tornano dopo due ore con una busta di patate, uno spazzolino e del veleno per topi. Hanno tremori e sensi di colpa, stappano una bottiglia accendono una sigaretta con lo sguardo perso nel vuoto. Lost in a supermarket. Campano di pizza a taglio e cinese per le due settimane successive.

– sono stakanovisti: conoscono le offerte di tutti i cinque supermercati vicino casa e dei quattro ipermercati a ridosso della città, collezionano volantini – non buttarli! – e programmano spostamenti in funzione degli acquisti. Anche se hanno messo nel carrello tutta la lista della spesa, continuano a perlustrare il supermercato per controllare che nessuna offerta sfugga al loro occhio indagatore;

– sono come san Tommaso: vanno bene le chiacchiere in libertà, ma se la farina di enkir al supermercato non si trova è inutile che continui a segnarla. Stessa cosa per l’alga kombu o l’amaranto. Sono come Babbo Natale.

Ai compagni d’appartamento ho fatto folli scenate di gelosia perché avevano svelato il mio segreto della torta ricotta e pere. Casualmente aperto il Montevertine 2003 per fare le pesche al vino. Relegato a spazzaura il grasso di un Fumato Dall’Ava (prosciutto preziosissimo) perché “puzzoso e… grasso”. Prestato libri di cucina affettivamente essenziali o basilari attrezzi di cucina. Offerto l’ultimo cioccolatino sopravvissuto di Pierre Marcolini, o anche solo l’ultima fetta di torta.

Perdonato tutto perché buttando la spazzatura mi hanno sorpreso con un gelato.

Non so, bisognerebbe iscriversi di nuovo all’università per classificare altri compagni d’appartamento. A meno che non vogliate aiutarmi voi.

[Crediti | Immagine: Repubblica.it]

commenti (3)

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  1. Ringrazio Iddio di non aver avuto bisogno di fare trasferte del genere, avendo l’università a portata di mano. All’epoca non c’era il problema, ma oggi avrei bisogno di due armadi di quelli grandi. Per non parlare della scarpiera.

  2. La convivenza tra estranei (come direbbe la buonanima di Albertone) già è difficile. Figuriamoci tra “sconosciuti”. Farei però una distinzione di genere. La convivenza tra maschi è diversa di quella tra femmine (perchè dai primi tolleri “incapacità domestiche” che dalle seconde tolleri meno – discorso sessista vabbè, ma abbastanza realistico) e ancora peggio nei gruppi misti, in cui di solito emerge il peggio dei due generi (non parliamo di terze ipotesi …)

  3. Compagni di appartamento che approfittano “costantemente ” caffè, tè, biscotti, essendo incapaci di comprarne un pacchetto per loro.
    Poi quando glielo rinfacci, ti guardano con aria inebetita e sorrisetto biascicando “vabbè che vuoi che sia, un cucchiaino”… certo, un cuccchiaino oggi, un cuccchiaino domani.