La storia ha dell’inverosimile, e a dire il vero si è per fortuna risolta nell’unico modo in cui si poteva concludere: la catena di supermercati “Iceland” ha rinunciato allo scontro legale con l’Islanda (Iceland, in inglese) per l’utilizzo del marchio a uso esclusivo. Peccato che lo scontro in tribunale, prima di essere messo a tacere, sia durato dieci anni. Dieci anni di azioni legali in cui, appunto, una catena specializzata in alimenti gelo (da cui il nome, appunto) ha insistito nel dire che l’Islanda non poteva utilizzare il nome del Paese a scopo commerciale, perché lo stavano già facendo loro.
Come è finita la vicenda Iceland VS Islanda

Alla fine, la catena di supermercati britannica Iceland non solo ha abbandonato la sua battaglia decennale, ma ha pure promesso uno “sconto di riavvicinamento” dedicato ai clienti islandesi. Come ha dire scusate, lo sappiamo che abbiamo esagerato, tenetevi pure l’Islanda.
La decisione arriva dopo la terza sconfitta in tribunale, per cui Richard Walker, presidente del marchio, ha confermato che avrebbe preso le duecentomila sterline che avrebbero dovuto spendere in spese legali nel quarto e ultimo round presso la Corte di giustizia dell’Unione Europea e le avrebbe riutilizzate per uno sconto di riavvicinamento al buon popolo islandese.
La vicenda durava dal 2016, quando il governo islandese ha avviato un’azione legale contro l’omonima catena britannica di supermercati. Il motivo sembra sufficientemente chiaro: se il marchio Islanda lo usate voi per vendere, non possiamo farlo noi.
Nel luglio dello scorso anno, il Tribunale dell’Unione Europea ha confermato la sentenza che annullava la registrazione del marchio commerciale per la parola “Islanda”, ribadendo che i nomi geografici devono rimanere disponibili per l’uso pubblico.
Alla fine, dopo l’ennesima sconfitta, la catena di supermercati non sarà obbligata a cambiare nome, ma non potrà averne l’utilizzo in via esclusiva. E ci mancherebbe.
E ora parliamo di noi

E ora proviamo un attimo a chiudere gli occhi e a pensare cosa ne sarebbe di noi se qualcuno decidesse di chiamare Italia una catena di supermercati che vende prodotti italiani – o peggio ancora prodotti italiani fake – provando ad ottenere l’esclusiva sul marchio. Non Eataly eh, proprio Italia.
Aiuto. Immaginiamo questo scenario come il peggior incubo del Ministro Lollobrigida.
Per fortuna questa vicenda pone un precedente importante e significativo, che ribadisce un concetto di buon senso, semplice ma evidentemente non così scontato. Perché non c’è dubbio che, almeno per quanto riguarda il cibo, l’Italia sia incredibilmente più appetibile e vendibile dell’Islanda. E quindi strano che nessuno fino a ora ci abbia provato. Dovremmo forse tutelare di più il marchio dell’italianità sull’agroalimentare, visto anche l’indubbio successo internazionale che ha contribuito a creare il riconoscimento della Cucina Italiana come Patrimonio Unesco? Probabilmente sì, in effetti, perché questa vicenda ci spiega che non c’è mai limite all’assurdo, e meglio non farsi trovare impreparati.
