Additivi alimentari: la carbossimetilcellulosa altera il microbiota intestinale

A proposito di additivi alimentari: uno studio sostiene che la carbossimetilcellulosa (E466) alteri il microbiota intestinale.

intestino

Torniamo a parlare di additivi alimentari perché pare che la carbossimetilcellulosa possa alterare il microbiota intestinale. A dirlo è uno studio pubblicato recentemente su Gastroenterology, anche se già in passato, nel 2016, uno studio realizzato dal Georgia State University’s Institute for Biomedical Sciences e pubblicato sulla rivista Cancer Research aveva sottolineato come il consumo regolare di carbossimetilcellulosa e di polisorbato 80 provocasse infiammazione intestinale e insorgenza di tumori al colon nei ratti, il tutto modificando la flora batterica intestinale.

La carbossimetilcellulosa, nota anche come E466, è un additivo alimentare usato come addensante, emulsionante e stabilizzante in molti prodotti alimentari fra cui anche bevande, prodotti da forno, latticini, dessert e prodotti a base di carne.

scienziati

Il suo impatto sulla salute umana a lungo termine non era ancora stato studiato (gli studi precedenti, infatti, interessavano i ratti). Ecco che però, adesso, lo studio realizzato da un team di scienziati dell’Istituto della Georgia State University di Scienze Biomediche, dall’INSERM (Francia) e dall’Univrsità della Pennsylvania (con contributi arrivati anche dai ricercatori della Penn State University e dal Max Planck Institute in Germania), ha permesso di scoprire che la carbossimeticellulusa può alterare i livelli di batteri benefici dell’intestino, modificando anche il microbiota intestinale.

I ricercatori hanno spiegato che si pensava che la CMC fosse sicura da ingerire in quanto veniva eliminata con le feci senza essere assorbita. Ma forse non è proprio così. Lo studio ha messo a confronto due gruppi di volontari: a uno veniva data un’alimentazione senza additivi alimentari e a un altro una uguale, ma integrata con CMC per due settimane.

Successivamente i ricercatori hanno valutato i livelli di batteri e metaboliti intestinali, eseguendo colonscopie all’inizio e alla fine dello studio. Si è così visto che i volontari che mangiavano CMC avevano un maggior senso di fastidio postprandiale. Ma non solo: la composizione del loro microbiota intestinale era cambiata, con riduzione della biodiversità.

Inoltre variavano anche i metaboliti intestinali: chi consumava CMC aveva una netta riduzione degli acidi grassi a catena corta e degli aminoacidi. Ovviamente dopo solo due settimane di questo tipo di alimentazione non è stata notata nessuna malattia, ma l’ipotesi è che un consumo sul lungo periodo dell’E466 potrebbe scatenare malattie infiammatorie croniche anche negli esseri umani.