Amadori ha acquisito Unconventional, il marchio di carne plant based

Un'acquisizione che lo rende il terzo player nel mercato plant based, ma chi acquistava i surrogati della carne per non uccidere animali, cosa farà ora?

Amadori ha acquisito Unconventional, il marchio di carne plant based

Lo scorso 8 maggio il gruppo Amadori ha comunicato l’acquisizione del 100% di Unconventional S.r.l., l’azienda fondata nel 2020 dal gruppo Granarolo, che oggi preferisce tornare a dedicarsi solo a latte e derivati.

Nel comunicato diramato dalle due aziende si legge: «L’operazione comprende l’acquisto del sito produttivo di Coriano (RN) e del brand “Unconventional 100% Vegetale”, di cui il Gruppo Amadori rileverà integralmente la gestione e lo sviluppo». Dunque diventano di Amadori lo stabilimento di produzione e tutto il know-how tecnico, oltre alle linee già presenti di burger, nuggets, cotolette, salsicce vegetali, straccetti e tofu.

E ora il gruppo Amadori è il terzo player di marca nel mercato degli elaborati plant based in italia (dietro a Valsoia e Kellanova, proprietaria di Garden Gourmet), diventando, come da desiderata aziendali, «The Italian Protein Company», cioè un’azienda che non produce più solo carne avicola, come da tempo siamo abituati a pensare, ma proteine animali e vegetali. Il marketing di Amadori da tempo punta tutto sulla mania iperproteica di questi anni, spostando l’attenzione dalla produzione dei polli intensiva, alla sedicente salubrità del suo prodotto in quanto fonte di proteine.

Il fulcro dell’operazione è ovviamente l’aumento di valore del gruppo che ha registrato un fatturato di 1,72 miliardi di euro nel 2024 e detiene circa il 30% del mercato avicolo italiano. Negli ultimi anni ha ampliato la propria attività oltre il settore avicolo, anche attraverso l’acquisizione del 70% di Forno d’Oro, azienda specializzata in prodotti pronti al consumo, avvenuta nel 2023; inoltre era già presente sul mercato delle proteine vegetali con la linea Veggy / Ama Vivi e Gusta, lanciata nel 2022.

Il mercato plant based non è più così ghiotto

plant based meat

Il mercato del plant based è tuttora parecchio interessante: solo nel 2025, in Italia, vale 208 milioni di euro. Tuttavia non lo è più come un tempo. Basti pensare che quella della carne alternativa a base, soprattutto, di proteine di pisello è stata una vera e propria bolla speculativa nel mercato azionario tra il 2019 e il 2021. Nei primi anni, l’azienda statunitense Beyond, la prima a quotarsi sul mercato, aveva visto triplicare il valore delle proprie azioni nei primi cinque mesi in Borsa. Nel 2025, invece, le azioni sono scese, gli investitori si sono diluiti e l’azienda ha rischiato di essere estromessa dal mercato azionario.

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Il motivo principale è che i consumatori ritengono la carne vegetale molto costosa, oltre al fatto che le sue tecniche di lavorazione la fanno appartenere alla categoria dei cibi ultra-processati. Inoltre, operazioni di acquisizione da parte di grandi multinazionali nei confronti di prodotti plant based hanno fatto arretrare una parte dei consumatori che li sceglievano per la loro intrinseca eticità.

Ora che Unconventional è di Amadori, è ancora un marchio etico?

Nel caso di Unconventional il problema è relativo, essendo un marchio creato da un’azienda lattiero-casearia su larga scala, e ormai è noto che la grande produzione di latte è, per il benessere animale, anche più nociva della produzione industriale di carne. Tuttavia esiste quella fetta di mercato che acquistava i prodotti Unconventional per evitare l’uccisione di animali e che ora si trova sostanzialmente di fronte a un dilemma irrisolvibile e, come l’asino di Buridano, rischia di morire di fame nell’attesa di scegliere la soluzione migliore.

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Se si vede il bicchiere mezzo pieno, si può pensare che il solo fatto che una grande azienda di produzione di carne acquisti un’azienda di produzione vegetale sia un segnale incoraggiante della diminuzione del consumo di carne a livello globale.

Se invece si tende a vedere il bicchiere mezzo vuoto, allora questa sarà un’acquisizione negativa, perché, in un certo senso, acquistare carne vegetale contribuirà a finanziare gli allevamenti intensivi di pollame.

Ai posteri l’ardua sentenza.