C’è un aspetto sempre più presente nella nostra società che invecchia: il declino cognitivo delle persone anziane. Sempre di più il rapporto tra alimentazione e salute pubblica viene investigato, per ragioni di interesse sociale e di vita di comunità, prima di tutto. L’alimentazione è sempre più spesso oggetto di studio universitario, ma in qualche modo si può dire che, più che l’alimentazione, l’oggetto di studio sia l’enogastronomia, se la intendiamo nel senso più ampio di modalità di consumazione di cibo e alcolici, che tenga conto anche dell’aspetto sociale che le è intrinseco.
C’è un nuovo studio condotto dai ricercatori della Rutgers University, nel New Jersey, che afferma che non mangiare nulla nelle quattro ore precedenti al coricarsi rallenta il declino cognitivo nelle persone anziane. In sostanza sapevamo che le patatine sul divano dopo cena facevano male, ma ora ne abbiamo la certezza.
Non a caso, questo recente studio, che è ancora una bozza nel mondo scientifico, riscuote l’interesse della stampa generalista (è stato immediatamente ripreso da The Guardian), oltre che della politica; infatti, il Congresso degli Stati Uniti se ne sta occupando. Per il mondo scientifico, invece, si tratta ancora di uno studio non verificato, cioè non ancora pubblicato su una rivista con il cosiddetto peer review, cioè la revisione da parte di scienziati autonomi che giudicano il lavoro, i risultati e il metodo scientifico applicato prima di dargli rilevanza accademica.
C’è da scommettere che, in futuro, anche chi si occupa di enogastronomia in senso più stretto dovrà necessariamente fare i conti con questi ambiti, e non è un caso che, dopo tutto il lavoro fatto sulla sostenibilità ambientale, da anni diversi chef celeberrimi facciano anche un lavoro sulla salute. Basti pensare al tristellato Michelin Alain Passard, che da anni propone una cucina vegetale proveniente esclusivamente dai suoi due orti uno nel nord e uno nel sud della Francia, o alla svolta biodinamica di Mario Colagreco, solo per citarne due.
Ora, un nuovo studio sembra dimostrare che, oltre a quello che mangiamo, conta anche quando lo mangiamo.
Cosa dice la scienza rispetto agli orari in cui mangiamo
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Lo studio è stato condotto su alcune donne anziane in sovrappeso o obese: in tutto 47 donne tra i 50 e i 79 anni. Ventisei donne hanno concentrato i pasti in una finestra di circa 8 ore, tra le 10 del mattino e le 18 del pomeriggio; le altre hanno mangiato nel corso delle 12 ore di veglia. Entrambe hanno assunto circa 500 calorie in meno di quanto erano abituate a fare. L’esperimento si è protratto per 6 mesi e la perdita di peso è stata simile nei due gruppi, segno che quando mangiamo non influenza il calo ponderale. Tuttavia, le donne che avevano concentrato i pasti nell’arco di 8 ore, e che quindi erano andate a dormire a stomaco vuoto, avevano ottenuto risultati migliori nei test logici e di risoluzione dei problemi, nonché avevano dimostrato di avere una memoria migliore.
Gli studiosi ipotizzano che i benefici derivino da un migliore allineamento con i ritmi circadiani, l’orologio biologico che regola il ciclo sonno-veglia, la secrezione degli ormoni e numerosi processi metabolici. Tuttavia, gli autori stessi sottolineano che si tratta di risultati preliminari, dato soprattutto il numero ridotto di partecipanti.
Nel dubbio, sta sera niente patatine.
