Basta cellulari ai bambini al ristorante: in Sardegna parte un esperimento

Non si tratta di un vero divieto, ma di un'alleanza tra ristoratori e famiglie per proteggere la convivialità e i minori, che abusano di connessione.

Basta cellulari ai bambini al ristorante: in Sardegna parte un esperimento

In Sardegna stanno affrontando la questione cellulari ai bambini al ristorante da un punto di vista istituzionale. “A tavola senza schermi” è un progetto promosso da Anna Cau, garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza della Sardegna ed ex magistrata minorile, che ha lavorato insieme a Fipe Confcommercio Sardegna, l’associazione che rappresenta i pubblici esercizi.

Quella del divieto del cellulare al ristorante è una questione che ci accompagna da almeno un decennio, solo che ora il tema sono i bambini e gli adolescenti, dato che gli studi sono concordi nel segnalare disagi e disturbi creati da un abuso di connessione. E infatti in moltissimi Paesi del mondo (in Italia no) si stanno promulgando leggi per vietare l’uso del cellulare sotto i 14 anni e addirittura per vietare l’uso dei social network sotto i 16 anni. Secondo i dati riportati dai promotori, il 95% degli adolescenti italiani usa regolarmente lo smartphone, uno su quattro mostra segnali di utilizzo problematico e l’87% dei genitori di preadolescenti chiede maggiori informazioni sulla gestione del digitale.

Ristoranti che vietate i cellulari: non ve l’abbiamo chiesto Ristoranti che vietate i cellulari: non ve l’abbiamo chiesto

Possiamo sicuramente affermare che negli anni la percezione del problema è peggiorata, tanto che siamo passati da una primigenia quanto ingenua questione di galateo alla necessità di garantire la convivialità nei luoghi preposti.

In questo senso l’Italia ha un primato, c’è chi aveva cominciato quando gli smartphone non esistevano nemmeno: all’Osteria di Rubbiara, a Nonantola, in provincia di Modena, già nei primi anni Novanta Italo Pedroni aveva fatto costruire una cassettiera di legno con dodici scomparti in cui riporre i telefoni dei clienti durante il pasto.

E poi via via gli esempi si sprecano. Nel 2016 l’Hamburgheria di Eataly di Torino aveva introdotto le Black Phone Box, scatole con lucchetto in cui chiudere i cellulari, premiando con dei biscotti chi resisteva fino alla fine del pasto. E già nel 2012, a Los Angeles, l’Eva Restaurant dello chef Mark Gold offriva il 5% di sconto a chi lasciava il telefono all’ingresso.

Purtroppo è il caso di segnalare che queste iniziative prevedono sempre un divieto, oppure una merce di scambio: esattamente il modo in cui si usa educare gli animali, o i bambini molto piccoli. Peccato che si rivolgano agli adulti.

Come funziona l’iniziativa sarda sull’abuso dei cellulari al ristorante

cellulare al ristorante

Come ha spiegato Cau all’agenzia DIRE, l’iniziativa ha una doppia funzione: da una parte richiamare l’attenzione sull’abuso dei dispositivi elettronici nei momenti dedicati alla socialità, dall’altra informare le famiglie sui rischi di un uso scorretto delle tecnologie digitali da parte dei minori.

Dal 1° novembre, per un mese, 15 ristoranti sardi proporranno alle famiglie un patto di disconnessione volontario: genitori e figli saranno invitati a riporre i telefoni in borsa o in un cestino durante il pasto. Già il fatto che l’iniziativa preveda un “patto” e non un divieto è un aspetto molto interessante.

Ogni ristorante che partecipa all’iniziativa mette a disposizione il “Kit del Ritrovo”, con all’interno una serie di giochi differenziati per fascia d’età, da usare nell’attesa delle portate (l’idea rivoluzionaria è, infatti, che quando arriva il pasto si mangia e si parla insieme). Il materiale del kit è stato predisposto con il contributo della Federazione italiana medici pediatri (FIMP), che ha realizzato anche una guida dedicata al rapporto tra bambini, adolescenti e tecnologie digitali, che verrà fornita insieme ai giochi.

Al termine del mese di sperimentazione, i promotori valuteranno la possibilità di estendere l’iniziativa a tutti i ristoranti associati a Fipe Confcommercio Sardegna, sempre su base volontaria. Non è stato però chiarito in base a quali criteri verrà giudicato il successo dell’iniziativa, né se saranno raccolti dati sull’effettiva adesione delle famiglie.

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