di Nunzia Clemente 4 Dicembre 2015
birra

D’accordo con voi, paturnie tipo l’obbligo di indicare le calorie del vino e della birra in etichetta andrebbero vietate per legge il Venerdì, ma tant’è.

Presto, incalzati da una direttiva europea che sembra improrogabile, cantine e birrifici dovranno specificare il valore nutrizionale dei loro preziosi prodotti.

Brutto colpo per i bevitori impenitenti come noi, già afflitti dal conteggio delle calorie del cibo che mangiamo. E se, come accadrà a breve negli Stati Uniti, anche i ristoranti italiani fossero costretti a indicare le calorie delle singole portate nel menu –bevande comprese– complessi di colpa come se piovesse.

Breve ripasso: in genere le calorie dipendono dalla gradazione alcolica (e da fattori collaterali quali fermentazione e zuccheri), quindi più gradi hanno vino e birra più calorici sono.

E’ così che un calice del nostro amato Amarone (150ml) diventa duro da scrollare con le sue 134 kcal, mentre una birra lager da 4.5° (33cl) ne conta 110/120.

Tenendo come riferimento per il vino un calice da 150ml avremo 120kcal per un Brut spumante, 110kcal per un Riesling tedesco e ben 160kcal per un Cabernet Sauvignon.

Passiamo alla birra, gli americani si sono sbizzarriti con le classifiche.

La meno calorica risulta essere l’Amstel Light, con 95kcal per bottiglia da 33cl (andate a caccia di birre a bassa fermentazione per il vostro aperitivo).

Il contacalorie sale se consideriamo le Hefe-Weizen (birre di frumento non filtrate) che salgono a 163kcal. Il male assoluto in questo senso è rappresentato dalle Stout, che oscillano tra le 180kcal e le 240kcal.

Una Paulaner Salvator ha 251 calorie, la Pilsner Urquell 160 calorie. Guinness assomma 125 calorie, 176 nella sua versione per l’estero.

L’ipotesi delle calorie in chiaro sull’etichetta è ovviamente vista come il fumo negli occhi dai produttori, specie da quelli, pensate al vino, con una forte quota di export.

Per i consumatori più attenti alla linea l’indicazione dell’apporto calorico può rappresentare un forte deterrente al consumo, basti pensare alle ricerche su Google che incrociano parole come ”calories” e ”wine”.

Gli Stati Uniti sono al primo posto, seguiti da Regno Unito, Canada, Australia e Francia; tutti mercati di forte interesse per l’export made in Italy.

Ci penserete stasera, Venerdì, sorseggiando l’aperitivo?

[Crediti: link: Ansa, NYPost, Foodbeast]