di Nunzia Clemente 5 Luglio 2016

Il Bitto Storico non si chiamerà più così: a decidere il cambio di nome del formaggio, prodotto nell’area tagliata dal torrente Bitto, in Valtellina, è Paolo Ciapparelli, presidente del Consorzio Bitto Storico.

Nel 2000, allargare l’area di produzione, prima circoscritta esclusivamente ai comuni di Gerola Alta e Albaredo (Sondrio) è stato un errore.

Dopo la decisione, coincisa con il conseguimento del marchio DOP (Denominazione di Origine Protetta), le latterie valtellinesi si sono moltiplicate, e secondo Ciapparelli “le regole sono cambiate a favore dei nuovi 60 arrivati che hanno fiutato l’affare sui mercati”.

I 12 produttori originali del Consorzio del Bitto Storico rispettano ancora il vecchio disciplinare (lavorazione a caldo non oltre 30 minuti dalla mungitura, latte all’80 per cento di vacca e il restante 20 di capra, alimentazione degli animali fatta solo di erba).

Quelli del Consorzio Valtellina Tutela Bitto e Casera hanno adottato il nuovo, il disciplinare del marchio Dop, che ha introdotto i mangimi nell’alimentazione degli animali e l’uso di fermenti artificiali, oltre alla presunta scomparsa del latte di capra.

Una battaglia impari: il Consorzio Bitto Storico produce e vende 1.500 forme l’anno (anche se i prezzi sono in ascesa a significare il valore del formaggio); i “rivali” arrivano a 20.000.

La battaglia del Bitto Storico ha l’appoggio di Slow Food, e il cambio di nome (che manterrà comunque la dicitura “storico”) è programmato per il prossimo Salone del Gusto di settembre.

Nella speranza di non rischiare guai giudiziari, alla luce degli ultimi eventi sono i pionieri a risultare fuori dalle regole, e potrebbero anche essere denunciati per frode in commercio.

Oltre al danno, la beffa.

[Crediti | Link: Corriere Milano]