Il paradosso del Bitto Storico che cambia nome per tutelarsi

Il Bitto Storico non si chiamerà più così: a decidere il cambio di nome del formaggio, prodotto nell’area tagliata dal torrente Bitto, in Valtellina, è Paolo Ciapparelli, presidente del Consorzio Bitto Storico.

Nel 2000, allargare l’area di produzione, prima circoscritta esclusivamente ai comuni di Gerola Alta e Albaredo (Sondrio) è stato un errore.

Dopo la decisione, coincisa con il conseguimento del marchio DOP (Denominazione di Origine Protetta), le latterie valtellinesi si sono moltiplicate, e secondo Ciapparelli “le regole sono cambiate a favore dei nuovi 60 arrivati che hanno fiutato l’affare sui mercati”.

I 12 produttori originali del Consorzio del Bitto Storico rispettano ancora il vecchio disciplinare (lavorazione a caldo non oltre 30 minuti dalla mungitura, latte all’80 per cento di vacca e il restante 20 di capra, alimentazione degli animali fatta solo di erba).

Quelli del Consorzio Valtellina Tutela Bitto e Casera hanno adottato il nuovo, il disciplinare del marchio Dop, che ha introdotto i mangimi nell’alimentazione degli animali e l’uso di fermenti artificiali, oltre alla presunta scomparsa del latte di capra.

Una battaglia impari: il Consorzio Bitto Storico produce e vende 1.500 forme l’anno (anche se i prezzi sono in ascesa a significare il valore del formaggio); i “rivali” arrivano a 20.000.

La battaglia del Bitto Storico ha l’appoggio di Slow Food, e il cambio di nome (che manterrà comunque la dicitura “storico”) è programmato per il prossimo Salone del Gusto di settembre.

Nella speranza di non rischiare guai giudiziari, alla luce degli ultimi eventi sono i pionieri a risultare fuori dalle regole, e potrebbero anche essere denunciati per frode in commercio.

Oltre al danno, la beffa.

[Crediti | Link: Corriere Milano]

Nunzia Clemente Nunzia Clemente

5 Luglio 2016

commenti (10)

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  1. sul serio? ha detto:

    in soldoni stiamo parlando di un disciplinare fatto male? e da chi è stato fatto male, dai dodici storici o da qualcun’altro? non dovrebbe essere molto difficile risalire alle responsabilità con nomi e cognomi.

  2. ussignur ha detto:

    Il discorso legato al Bitto è un poco più complesso rispetto agli editti dei ribelli
    e nasce in primis dalla volontaria esclusione degli stessi dai Piani di Controllo Ministeriali, Piani di controllo messi in atto attraverso un ente indipendente esterno.

    Il controllo è quindi demandato non tanto al Consorzio di Tutela come si potrebbe pensare o far credere ma bensì a CSQA su incarico diretto appunto del MIPAAF.

    Il controllo avviene per verificare il rispetto delle regole descritte nel disciplinare consultabile liberamente sul sito del Ministeriale all’indirizzo:
    https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/7469

    Quindi il vero problema ad oggi è molto semplice da spiegare: esiste una parte di prodotto che vien sottoposta a controllo nel corso di tutta la produzione e quindi viene riconosciuta e marchiata ed una parte di prodotto che a questi controlli non vuole sottoporsi e per questo non è certificabile e quindi sanzionabile.

    1. Orval87 ha detto:

      Dì anche che quelli che non vogliono sottostare a tali disciplinari, fanno un bitto molto più fedele alla tradizione rispetto a quelli che sono nel consorzio.

    2. andrea61 ha detto:

      Piccolo dettaglio: è possibile lavorare seguendo fedelmente il disciplinare producendo un formaggio che ha ben poco a che vedere col Bitto tradizionalmente conosciuto.

    3. Unotersignur ha detto:

      I ribelli contestano il nuovo disciplinare che permette l’utilizzo di mangimi, starter e rende facoltativo il latte di capra; perché mai dovrebbero assoggettarsi ai controlli previsti dalla DOP? non credo abbiano beneficio a certificare che il loro formaggio sia fatto con un disciplinare industrializzato.
      Se il bitto certificato DOP costa 15€ e quello non marchiato costa 40€ forse un motivo c’è.

  3. Andrea61 ha detto:

    Da valtellinese da parte di padre e per frequentazione ultracinquantennale sono veramente turbato per come siano stati sputtanati ( scusate il francesismo) due delle eccellenze alimentari della valle: il Bitto e la Bresaola.

    1. ussignur ha detto:

      Non farmi fare per forza il difensore del comparto agroalimentare…..

      L’economia valtellinese, tutta l’economia valtellinese ma anche non solo quella, nel bene e nel male vive grazie anche alle imprese che lavorano nell’agroalimentare legate sì a tradizioni secolari ma che necessariamente devono sviluppare processi produttivi che per forza di cose portano con sè deviazioni rispetto al prodotto originale, con un risultato finale più o meno accettabile, ma a volte anche con notevoli miglioramenti.

    2. andrea61 ha detto:

      Nessuno nega il diritto al settore agroalimentare valtellinese di crescere e prosperare ma il Bitto (vero) è un formaggio particolare con alcune ben precise specificità organolettiche derivanti dalla zona di produzione. Averne esteso la denominazione a formaggi peraltro ottimi ma diversi è stata una pura operazione di marketing fatta appropriandosi di un nome che non appartiene. Sono molto contento che i produttori di formaggio d’alpeggio ora stiano meglio, ma non raccontiamoci balle, quello non è Bitto, non ha il sapore del Bitto e del Bitto ha solo ed unicamente il nome.
      Io nel mio piccolo continuerò a far assaggiare il Bitto (vero) agli amici registrando la sorpresa quando si accorgono che è formaggio ben diverso da quello che si trova normalmente in circolazione.

  4. Andrea61 ha detto:

    … e poi, fuori dalle ipocrisie, non esiste il Bitto Storico: esistono il Bitto e poi un altro formaggio a cui si è articialmentr appiccicato il nome di Bitto ma basta assaggiarli e anche un palato grezzo capisce immediatamente che sono due cose diverse.

  5. ROSGALUS ha detto:

    Anche in questo modo si demolisce la tradizione delle eccellenze alimentari italiane.
    In un mercato dove la domanda di Bitto era molto elevata, la risposta è stata una furbesca scorciatoia con animali alimentati a mangime.
    Anche per il parmigiano reggiano vi erano stati tentativi di sostituire il fieno da “prato stabile” con il mangime : cosa non si farebbe pur di soddisfare la logica del profitto a danno della salute dei consumatori e della salubrità dei prodotti, oltre che del portafoglio.

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