di Cinzia Alfè 1 Novembre 2016
bernardo caprotti

Non c’è pace per Bernardo Caprotti. Neppure da morto. Neppure ora che è andato a fare le sue rimostranze direttamente al Creatore, la sua guerra personale contro l’impero delle Coop pare terminata.

Una guerra portata avanti da anni nel nome della sua creatura, la catena di supermercati Esselunga, per la quale tanto si era battuto, denunciando quelli che, a suo dire, erano rapporti illeciti tra il sistema politico e le cosiddette “Coop rosse”, volti ad ottenere per queste ultime indebiti vantaggi sotto forma di  favoritismi,  facilitazioni e agevolazioni fiscali.

Con l’effetto di alterare i rapporti di concorrenza e di libero mercato favorendo il sistema di distribuzione cooperativo a discapito degli altri soggetti, tra cui, appunto, Esselunga.

Situazione che Caprotti pensò di denunciare attraverso un libro, uscito nel 2007, dal titolo “Falce e carrello” in cui illustrava quello che secondo lui era lo strapotere delle Coop rosse, e che subito causò una ridda di battaglie giudiziarie oggi non ancora terminate.

Proprio in questi giorni, infatti, la Cassazione ha deciso di riaprire il processo civile per risarcimento danni a carico del fondatore di Esselunga, motivo: “concorrenza sleale per denigrazione” nei confronti di Coop Estense.

Sono diversi i procedimenti giudiziari sollevati dalle Coop contro quanto riportato in “Falce e carrello”, tra cui quelli di Coop Adriatica e Coop Liguria, che hanno visto Caprotti  prosciolto dalle accuse di diffamazione condannandolo soltanto al pagamento di una penale.

Diversa la posizione della Cassazione per quanto riguarda Coop Estense.

La Suprema Corte ha cioè accolto il ricorso di Mario Zucchelli, presidente di Coop Estense, ribaltando le sentenze di primo e secondo grado che avevano considerato il libro di Caprotti come un’opera letteraria “priva di intento informativo” e non quindi come una vera inchiesta giornalistica, con i relativi obblighi di attendibilità e precisione delle notizie riportate.

Tale “errore”, scrive la Cassazione , avrebbe quindi indotto i giudici d’Assise e di appello a “prescindere da una verifica puntuale” del “rispetto della forma dell’esposizione” nonché della veridicità di quanto esposto nel libro.

Dove si leggono in effetti espressioni, indirizzate a Zucchelli, che lo dipingono come “un oste imbottito di denaro”, un individuo che è solito muoversi “in uno stagno torbido e fetente” e che “tiene Modena al guinzaglio come un cagnolino”.

La Coop è inoltre dipinta come una struttura dotata di “illimitata capacità di mentire e ribaltare la realtà”.

Tutte affermazioni che, secondo la Cassazione, avrebbero meritato una più attenta e severa disamina e che, pur nella singola realtà dei fatti, sarebbero risultate isolate dall’autore da un più ampio contesto generale, avendone così addirittura ribaltato la natura.

In pratica, per i giudici milanesi, Caprotti avrebbe, “dolosamente o colposamente” omesso di riportare circostanze “tanto strettamente collegabili ai fatti narrati da mutarne completamente il significato”.

Insomma, Falce e carrello sarebbe stato soltanto uno strumento per mettere “in cattiva luce” la Coop Estense, configurando “la sussistenza della denigrazione commerciale”, in quanto “bersaglio delle denunce contenute nel libro non erano i prodotti commercializzati ma la complessiva attività e l’organizzazione della Coop Estense”.

No, non c’è proprio pace, per Bernardo Caprotti.

Ma almeno, quest’ulteriore puntata della saga Coop-Esselunga, il vecchio combattente  è riuscito a risparmiarsela: ora, se la vedranno gli eredi.

[Crediti | Link: Repubblica Bologna]