Cibo processato: causa dipendenza esattamente come le sigarette, dice uno studio

Il cibo processato è in grado di causare dipendenza, proprio come le sigarette? Secondo un studio americano assolutamente sì.

Cibo processato: causa dipendenza esattamente come le sigarette, dice uno studio

Patatine fritte, biscotti confezionati, ciambelle e altri dolciumi e tutte le altre schifezzuole che vi vengono in mente – possono davvero causare dipendenza in chi li mangia, un po’ come le sigarette? Ci riferiamo naturalmente al cosiddetto cibo processato, una tipologia di alimenti nota per non essere particolarmente salutare (per usare un eufemismo), tanto che appena un paio di mesi fa si parlava di inserire il grado di trasformazione nelle stesse etichette nutrizionali.

Patatine is the new tabacco

medici

Non è un segreto che, un po’ come le ciliegie, è difficile fermarsi a un semplice assaggio quando si tratta di cibo processato: a una patatina fritta segue sempre la prossima, e poi un’altra finché non abbiamo le dita unte e la testa piena di sensi di colpa; solo per poi trovarsi nuovamente al fast food o al pub di turno, leggerle sul menu, immaginarsi quel sapore sapido e cedere nuovamente. Consideriamo poi che parlare di “dipendenza” dal cibo è relativamente comune, anche se sovente si maschera il tutto come se fosse uno scherzo: “Ah, sono dipendente dal cioccolato”, o “dalla pizza” – frasi che, siamo certi, avrete pronunciato o sentito almeno una volta. A livello scientifico, tuttavia, l’argomento rimane ampiamente controverso; anche se un recente studio potrebbe aver finalmente cambiato le carte in tavola una volta per tutto.

Dando un’occhiata a quanto pubblicato di recente sulla rivista scientifica Addiction, infatti, è possibile apprendere che gli autori dello studio in questione sostengono che una dipendenza dal cibo è possibile, e può essere “misurata” seguendo gli standard scientifici già stabiliti nel caso dei prodotti con del tabacco. Quel che è più importante, etichettare certi alimenti come “fonti di dipendenza” potrebbe portare a ritenere gli stessi produttori come responsabili di quanto mettono sul mercato.

“Nel caso del tabacco” ha commentato l’autore principale Ashley Gearhardt “capire che si trattava di una sostanza che causava assuefazione ha aperto all’introduzione di etichette di avvertenza, limitazioni della pubblicità e incentivi economici per evitare tali prodotti: misure che hanno salvato milioni di vite”. L’idea di Gearhardt, fondamentalmente, è quella di vedere un approccio simile anche per gli alimenti processati.

Felicità surrogata, ma effimera

patatine fritte varianti

Come accennato, gli studiosi hanno esaminato i criteri utilizzati nell’ormai lontano 1988 per determinare che le sigarette causano dipendenza, come l’uso compulsivo e la comparsa di effetti di alterazione dell’umore; e presentato prove che il cibo processato soddisfa ogni parametro di riferimento. Pensiamo, ad esempio, al fatto che la maggior parte delle persone continui a mangiare tali alimenti anche di fronte a gravi conseguenze sulla salute, come il diabete.

“Vediamo che le persone usano i prodotti del tabacco e gli HPF (Higly Processed Foods, ndr) per molte delle stesse ragioni – per ridurre gli stati d’animo negativi e aumentare gli stati d’animo positivi – e il grado in cui queste sostanze alterano l’umore è estremamente simile”, ha detto Gearhard. In altre parole, sono una soluzione nel breve termine e a basso costo che ci permettono di dimenticarci dei problemi, sopprimendoli per qualche minuto.