di Veronica Godano 27 Febbraio 2020
agricoltura biodinamica

Il Coronavirus impatterà il sistema economico dell’Italia, si pensi al comparto turistico ed enogastronomico. A tal proposito, le stalle del Lodigiano sono in isolamento e tremano i produttori di latte e carne.”Siamo rimasti soli. Più ancora del virus, ci spaventa il futuro di stalle e cascine secolari. Se la zona rossa durerà settimane, il marchio del contagio distruggerà il nostro latte e la nostra carne. Centinaia di aziende del Lodigiano rischiano di essere spazzate vie”, commenta un agricoltore.

La zona del focolaio lombardo conta oltre 500 cascine e 104 mila capi, tra mucche, manzi e maiali. “Siamo la capitale di latte e carne – afferma Filippo Boffelli nella sua stalla a Codogno – e viviamo nel dramma. Chi fa formaggi e prosciutti, destinati all’export, già avverte che le multinazionali fermano gli ordini di prodotti provenienti dall’area-virus. Tutti sanno che gli alimenti sono sani e controllati. La speculazione però si nutre di psicosi: se esplode, siamo finiti”. Gli fa eco Rachele Madonini della Cascina Fornelli di Secugnago, “il problema è il personale. Centinaia di mungitori, addetti alla pulizia, capi stalla e trattoristi, sono bloccati oltre la zona rossa. Se una stalla si trova a pochi metri fuori dalla cintura sanitaria, non possono raggiungerla. Chi invece vive all’esterno, può entrare e uscire dal focolaio del virus per evitare una strage di animali”.

Nelle campagne si è attivata la macchina di solidarietà tra agricoltori. Decine i contadini rimasti senza dipendenti a Casalpusterlengo, Somaglia, Codogno e Castiglione, salvati dagli amici risparmiati dall’epidemia. “Ogni notte – dice Eugenio Francesconi tra i vitellini di Cascina Vignazza a Brembio – prego che non si spacchino le mungitrici, o i miscelatori del mangime. Nessuno ripara più le macchine, spariti anche i veterinari. Finora abbiamo retto per miracolo: se la vita normale non riprende subito, nelle campagne il virus causerà il collasso economico”.

A rischio un giro d’affari superiore ai 10 miliardi all’anno che comprende la produzione di grana padano, gorgonzola, latte fresco, prosciutti e salumi. Ma anche nei campi nessuno si arrende. Da venerdì 21 febbraio i vitelli non si battezzano più in ordine alfabetico. “Dopo ogni parto – racconta Alice, 35 anni, allevatrice di Terranova – diamo nomi che guardano al futuro. In mezzo a tanto dolore, speriamo ci portino fortuna”. Le ultime mucche nate si chiamano Vita, Speranza e Salute. I torelli, Coraggio, Eterno e Sano.

Fonte: La Repubblica