di Valentina Dirindin 24 Maggio 2021
fast food

Una ricerca europea, realizzata da otto organizzazioni non profit, sottolinea come i contenitori e i packaging delle principali aziende di fast food contengano sostanze chimiche nocive.

In particolare, a essere messi sotto accusa dall’analisi “Throwaway Packaging, Forever Chemicals”, sono i PFAS, le sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate, largamente utilizzate per rendere i prodotti resistenti all’acqua, ai grassi e alle macchie.

Sostanze non nuove alle industrie di diverso genere, comprese quelle alimentari, che le utilizzano principalmente per gli imballaggi. “In generale”, si legge nel rapporto, “queste sostanze chimiche sono comunemente utilizzate dall’industria della carta e della cellulosa per la produzione di imballaggi alimentari e stoviglie monouso resistenti al grasso e all’acqua”.

Tutti i PFAS hanno una caratteristica comune che li rende altamente problematici, e cioè la presenza di una frazione perfluoroalchilica caratterizzata da un legame carbonio (C) e fluoro (F). Questo costituisce il legame chimico più forte nella chimica organica e, di conseguenza, la stragrande maggioranza dei PFAS non si degrada in condizioni naturali. Il che fa sì che i Pfas rimangano nell’ambiente per decenni o secoli.

I Pfas però si accumulano nei tessuti umani e animali, e il rischio aumenta gradualmente con l’esposizione continua. “Studi scientifici hanno associato l’esposizione ai PFAS con un’ampia gamma di effetti sulla salute, inclusi i sistemi immunitario, digestivo, metabolico, endocrino e nervoso, nonché per la riproduzione e lo sviluppo”, si legge nel rapporto.

Dal 2020, i governi di Danimarca, Svezia, Germania e Paesi Bassi hanno iniziato a sviluppare una restrizione a livello di UE di tutti gli usi non essenziali dei PFAS. “Tuttavia, fino ad oggi l’approccio frammentario dell’UE alla gestione dei prodotti chimici non è riuscito a fornire alcuna regolamentazione efficace dei PFAS”, sottolinea il rapporto.