di Marco Locatelli 7 Maggio 2020

Il coronavirus fa abbassare il prezzo delle derrate alimentari su scala globale. Ad annunciarlo la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), la quale sottolinea che ad aprile c’è stato un calo per il terzo mese consecutivo. Circa il 3,4% in meno rispetto a marzo e quasi il 10% in meno rispetto a gennaio.

Fondamentale in tal senso l’impatto dell’emergenza sanitaria, che ha influito negativamente sulla logistica e l’economia facendo abbassare la domanda di molte materie prime. Per quanto riguarda lo zucchero, ad esempio, rispetto al mese di marzo si è registrata una decrescita del prezzo mai vista da 13 anni, pari al 14,6%. Vero e proprio tracollo a due cifre per burro e latte in polvere, penalizzati dalla crescita delle scorte, la debole domanda di importazione e la chiusura della ristorazione.

Cali significativi anche per gli oli vegetali con un -5,2%, -3,6% per quanto riguarda i prodotti lattiera-caseari, -2,7% per la carne.

E sulla carne, l’Economista Senior della FAO Upali Galketi Aratchilage dichiara: “La pandemia sta colpendo sia la domanda che l’offerta di carne, in quanto la chiusura dei ristoranti e la riduzione del reddito familiare comportano minori consumi e la carenza di manodopera negli impianti di trasformazione stanno avendo conseguenze sui sistemi di “produzione just-in-time” nei principali paesi allevatori di bestiame”.

I prezzi dei cereali – si legge nella nota di Fao – sono diminuiti solo marginalmente, poiché i prezzi internazionali del grano e del riso sono notevolmente aumentati, mentre quelli del mais hanno subito un brusco calo. Da marzo i prezzi internazionali del riso sono aumentati del 7,2%, in gran parte a causa delle restrizioni temporanee all’export dal Vietnam, che sono state successivamente abrogate, mentre i prezzi del grano sono aumentati del 2,5% a causa delle voci di un rapido adempimento della quota di esportazioni dalla Federazione Russa. Viceversa, i prezzi dei cereali secondari, tra cui il mais, sono scesi del 10%, trainati dalla riduzione della domanda per il loro uso come mangime e per la produzione di biocarburanti.