E se Matteo Lee avesse perso Masterchef di proposito?

Matteo Lee esce nella penultima puntata di Masterchef, con un messaggio perfetto e una dignità calma e gentile, tanto tranquillo che sembra quasi fosse pronto a lasciare il programma.

E se Matteo Lee avesse perso Masterchef di proposito?

Fin dalle selezioni dei live cooking, la ritualità di Masterchef, aiutata dalla bravura degli autori, e anche dai giudici, ha fatto di Matteo Lee (uno dei tre Matteo di questa edizione in cui è stato necessario usare soprannomi e cognomi) il concorrente un po’ speciale, molto dotato ma molto fragile, su cui si poteva esercitare una pressione gentile (spesso a carico di chef Cannavacciuolo) senza però tirare troppo. Siamo lontani dai tempi di Hell’s Kitchen, e per fortuna.

Niente urla in cucina, niente pugno duro con la Masterclass, Masterchef si è da tempo trasformata in un luogo dove vengono fuori anche le sfaccettature delle persone e, nel percorso, danno valore ai piatti e alla crescita personale. Figurarsi dunque il potenziale emotivo – e culinario – di un garbato e gentile (ma deciso e sicuro) quasi-hikikomori. Dalla prima sfida infatti Matteo Lee, nato a Bologna da genitori cinesi, aveva dichiarato il fatto che gli ultimi 10 anni, precisamente quelli dai 17 ai 27, li aveva passati chiuso in casa, facendo investimenti online e uscendo di notte, da solo o al massimo con i due fratelli.  Ora, dopo l’eliminazione, è arrivato il suo messaggio su Instagram, un messaggio lucido e calmo come lucido è calmo si è dimostrato lui durante tutto il programma.

Cosa dice Matteo Lee nel suo messaggio d’addio

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In questo messaggio bellissimo e perfetto, dice diverse cose interessanti. La cosa più importante ci sembra quella in cui incita tutti a vivere la propria vita “godendosela in modo onesto con se stessi”, incita a essere felici in quanto fedeli a se stessi senza farsi schiacciare dal “peso” degli altri, siano i loro giudizi o le loro aspettative.

Matteo è, non solo uno chef dotato, ma anche l’emblema di una sorta di hikikomori pride, qualcosa che nella nostra società è poco conosciuto e sempre stigmatizzato: la decisione di alcuni (spesso adolescenti) di rimanere a casa senza vivere le interazioni sociali se non mediate dal computer o dal telefono. Matteo Lee è arrivato dicendoci: l’ho scelto io e mi piace; ma soprattutto dimostrando che la sua scelta ha dei lati positivi a cui probabilmente nessuno aveva mai pensato. Il lato positivo è la calma e la lucidità, caratteristiche tanto reali che gli permettono di uscire dal suo isolamento più o meno quando vuole, decidendo addirittura di partecipare a un programma televisivo come MasterChef. La sostanza è: fai ciò che vuoi e non quello che gli altri si aspettano che tu faccia.

E se Matteo Lee avesse scelto di perdere Masterchef?

Così è possibile pensare che abbia accolto questo stesso consiglio anche riguardo alla sua esperienza a MasterChef e se ne sia andato quando ha sentito di doversene andare, cioè dopo aver dimostrato questo. I 10 anni che ha passato Matteo a casa non sono 10 anni qualsiasi, ma gli anni della socialità dell’adolescenza e della giovinezza, gli anni in cui in genere si costruiscono le relazioni che dureranno per tutta la vita. Quella rinuncia ha portato sicuramente ad altro, a vivere di se stesso, senza dipendere dagli altri. Che questa sia una buona cosa o no non è questa la sede per deciderlo – e poi Matteo sarebbe lì a dire che non spetta certo a noi, ed effettivamente ha ragione. Sicuramente in questo modo ci ha dimostrato il lato positivo della sua scelta e quello che gli ha donato.

Probabilmente possiamo pensare che Matteo abbia capito, quando la possibilità di vincere si avvicinava concretamente, che non gli sarebbe stato facile, o semplicemente non gli sarebbe piaciuto vivere quello che la vittoria comporta: interviste, sponsorship, bagni di folla. E in effetti, se vogliamo essere un po’ dietrologisti, i suoi piatti nelle ultime puntate erano parsi un po’ sotto tono rispetto alla qualità altissima a cui ci eravamo abituati.

Dunque, è così assurdo pensare che la decrescita gastronomica di Matteo Lee fosse, consciamente o inconsciamente, parte di un piano di auto-sabotaggio ben preciso? In fondo, quando c’è stato davvero bisogno di dimostrare le proprie capacità – ad esempio nella prova con Jeremy Chan – Matteo Lee ha sempre dato il meglio di sé, cucinando in modo lucido, preciso e al di sopra dei suoi colleghi della Masterclass. Ed è per questo che sembrava destinato alla vittoria. Invece, è inciampato qua e là, fino al piatto che gli è costato l’eliminazione. Ma in fondo, forse, Matteo Lee non desiderava davvero vincere. Almeno, non alle condizioni di Masterchef. Successo, fama, ancora televisione. Un mondo che lo ha aiutato a uscire dal suo guscio, ma che gli è costato una certa fatica affrontare (lui stesso ci ha detto di essersi preso un mese da solo, dopo le registrazioni). Forse troppo, per uno come lui.

Cosa succederà ora a Matteo Lee?

Ora che – grazie a Masterchef e ai suoi nuovi amici – ha provato anche la discoteca, e che ci è pure tornato, la vita di Matteo Lee è più felice? Più equilibrata? Il terzetto di amicizia creato con Matteo Rinaldi e con Niccolò – probabilmente non solo a favore di telecamera – è stata l’altra storia parallela di questo MasterChef. Il terzetto è stato anche protagonista dell’ultima puntata andata in onda, in cui, nello Skill Test, Matteo ha dovuto affrontare Niccolò e ha perso. Molti imputano ora a Matteo Rinaldi, che aveva vinto l’Invention Test precedente, di aver tradito l’amico perché partiva avvantaggiato.

“Siate gentili con tutti loro, specialmente con i miei compagni”, dice Matteo Lee nel suo post, con un atteggiamento quasi cristologico. La vittoria morale è indubbiamente la sua, ed è lecito pensare che forse la vittoria non avrebbe fatto bene a questa sua chiarezza mentale, capace di fare sempre la cosa giusta, al momento giusto. Noi ce lo ricorderemo così.