Di cosa sa la nutria? Qualcuno dice che sa di coniglio, altri parlano di lepre e anche di tacchino.
La nutria non è una specie autoctona; arriva in Italia dal Sudamerica negli anni Cinquanta, importata da allevatori che ne commercializzavano la pelliccia e, in misura minore, anche la carne, allora richiesta dal mercato. Con il crollo del settore della pellicceria, molti allevamenti chiusero e gli animali superstiti vennero rilasciati in natura. Da lì è iniziata una diffusione incontrollata che ha trasformato la nutria in una specie invasiva, responsabile di danni ambientali, agricoli e idraulici. I problemi maggiori si registrano nella Pianura Padana, che è diventata terra di elezione di questi mammiferi. I motivi sono molteplici: una rete fittissima di canali, fossi, argini e corsi d’acqua che garantiscono tane accoglienti, un’agricoltura intensiva (mais, riso, soia) che le foraggia e un clima mite con una sostanziale assenza di predatori naturali.
Oggi la nutria non viene cacciata, ma contenuta, come accade per altre specie invasive, tra cui il granchio blu. Nel tempo le tecniche di controllo si sono evolute e i numeri raccontano un fenomeno ormai strutturale, soprattutto nelle provincie che sono considerate l’epicentro del problema: Mantova, Rovigo, Verona e Ferrara. La Polizia Provinciale di Mantova nel 2025 ha raggiunto un record storico: 80.501 nutrie abbattute; non a caso, la Provincia di Mantova è risultata assegnataria di un nuovo contributo regionale da 80mila euro, destinato a un progetto innovativo dedicato alle attività di abbattimento della nutria.
La carne di nutria non è commercializzabile

Il paradosso è tutto qui: mentre si investono risorse pubbliche per abbattere e smaltire migliaia di animali, la loro carne non può essere commercializzata, pur essendo commestibile. La legge consente solo il consumo personale e casalingo, e il problema sta nel fatto che manca una filiera: per ora non esistono controlli e normative consolidate.
Tuttavia negli anni Sessanta la nutria compariva nel menu di alcuni ristoranti. Scavando tra le norme, una base giuridica emerge: due circolari del 1959, mai abrogate, autorizzano l’uso alimentare della nutria, purché sottoposta a controllo veterinario. Pare che anche dal punto di vista nutrizionale i dati sorprendano: uno studio pubblicato sul Journal of Food Composition and Analysis indica che 100 grammi di carne di nutria contengono 22,1 grammi di proteine, 1,5 grammi di grassi e solo 40 milligrammi di colesterolo: valori migliori rispetto a pollo, tacchino e manzo.
Chi sta provando a mangiare la nutria oggi sono i veneti

Negli ultimi mesi, il tema è tornato al centro del dibattito soprattutto in Veneto, a seguito della polemica è esplosa dopo che il consigliere regionale Stefano Valdegamberi ha pubblicato la foto di un arrosto di nutria.
Tra i primi a sfidare il tabù c’è stato Andrea Bressan, 53 anni, di Vallese di Oppeano (Verona), appassionato di tradizioni contadine e e amministratore della pagina Nutriamoci, che ha organizzato un banchetto simbolico per stimolare a chiedersi come mai mangiamo carne cattiva proveniente da allevamenti intensivi e non mangiamo invece la nutria, che ci devasta i campi e ha però una carne buona e selvaggia. .
Un altro chef che si è confessato al Fatto Quotidiano è Daniele Pivatello, 58 anni, cuoco originario di Cerea e residente a Gazzo Veronese. Pivatello lavora per una ditta che produce macchinari per perforazioni e organizza grandi banchetti per clienti da tutto il mondo. Per lavoro ha viaggiato molto negli States, in cui la nutria è un animale che si mangia abitualmente: in Lousiana ne fanno lo stufato e le salsicce, in Argentina la arrostiscono sulla griglia. Pivatello con la nutria ci ha fatto il ragù per i bigoli, e assicura che piace sempre a tutti i suoi clienti per cui fa lo chef a domicilio.