di Cinzia Alfè 8 Novembre 2016
eataly chicago

Eataly. Un nome che nello spazio di pochi anni è riuscito a diffondersi come simbolo di cibo ben fatto, “all’italiana”, prima dentro i confini nazionali e poi all’estero.

Partita a Torino nove anni fa dall’intuizione di un tale che faceva tutt’altro mestiere –tale Oscar Farinetti, già proprietario di Unieuro– Eatalyè riuscita in pochi anni a diventare un’impresa dal valore consistente.

Ma quanto, per l’esattezza?

Qual è ad oggi il valore di Eataly, considerando i punti vendita sia italiani che stranieri?

Come ha spiegato Repubblica, innanzi tutto occorre considerare che Eataly non è più solamente Italy, ma è anche estero, e che lo sarà ancora di più nei prossimi anni.

Oltre infatti agli store italiani, Eataly conta ad esempio già due punti vendita a New York e uno a Chicago, e a breve, tra dicembre e gennaio, altre quattro aperture sono previste a Boston, Copenaghen, Trieste e Doha, in Qatar.

E in seguito anche Los Angeles, Las Vegas, Toronto, Stoccolma, Bruxelles, Johannesburg e Mosca, senza escludere l’ipotesi del franchising.

Una strategia di espansione a tutto tondo, quindi, che ha come obiettivo quello di arrivare alla ragguardevole cifra di 600/700 milioni di ricavi entro tre anni, di cui un terzo dagli Stati Uniti.

Questo almeno secondo i piani di  Andrea Guerra, presidente esecutivo di Eataly da circa un anno e con al suo attivo già un anno come consigliere economico del Presidente del Consiglio e dieci anni in Luxottica.

Un piano d’attacco globale  studiato anche assieme a Nicola Farinetti, figlio del patron di Eataly, e Oscar Farinetti stesso, nonostante quest’ultimo, almeno formalmente, abbia di recente fatto un passo indietro nella gestione della sua creatura,  avendo ceduto le quote societarie ai figli Francesco e Nicola –ora amministratori delegati insieme a Luca Baffigo–  e non ricopra più, almeno sulla carta, alcun incarico operativo.

Al momento attuale, dei 400 milioni di fatturato –20% in più del 2015– il 55% viene dal mercato italiano, ma già il prossimo anno è previsto che questo rapporto venga ribaltato, proprio grazie alle nuove aperture all’estero.

«Siamo snelli, agili, veloci. Il futuro è più nelle nostre mani che in quelle della congiuntura e quindi dell’espansione delle economie nei singoli Paesi», afferma Guerra.

E’ in quest’ottica infatti che, solo negli Stati Uniti, gli investimenti complessivi previsti ammontano a 100 – 150 milioni circa.

Boston sarà la prima città dove Eataly aprirà i battenti, grazie alla partnership con i soci di lunga data: Joe Bastianich, l’imprenditore newyorkese Adam Saper e lo chef Mario Batali.

«Abbiamo attratto talenti, l’attenzione di altre culture, inventato un nuovo modello. Sicuramente abbiamo commesso errori ma abbiamo favorito la crescita, e Eataly ha investito tra il 6 e il 7 per cento del fatturato all’anno per rivoluzionare il consumo di prodotti alimentari in tutti i mercati dove è sbarcata», continua Guerra.

Una politica che ha portato l’impresa della distribuzione alimentare italiana a valere ad oggi la bellezza di circa 779 milioni di dollari, quasi 200 milioni in più rispetto alla precedente valutazione del 2014, in base alla quale il valore stimato era di circa 600 milioni.

Parliamo dunque del 30% in più nel giro di un paio d’anni, a dimostrazione della bontà delle politiche intraprese e degli investimenti effettuati.

[Crediti | Link: Repubblica]