di Stefania Pianigiani 17 Marzo 2012

Donne (e uomini) sull’orlo di una crisi di nervi causa odorino di fritto che avvolge il centro città per un paio di mesi? Ma neanche per idea, le nuove generazioni senesi, al pari delle altre, si dedicano all’antico rituale delle frittelle di San Giuseppe, street-food e vanto della gastronomia locale, con un approccio ludico, trasformando il freddo periodo post-carnevale in una specie di festa continua che annuncia la primavera.

In città, del resto, sono abituati a farsi corteggiare da buongusto e tradizione, e non rinunciano al viavai di questo periodo anche se le “baite” che spuntavano magicamente in Piazza del Campo da carnevale a San Giuseppe, non sono più fatte di frasche e sconfinano ormai fuori dalla Conchiglia.

Che camminino per strada rilassati e liberi da impegni o parlando fitto al cellulare la domanda di rito è sempre la stessa: da chi hai comprato la frittella?

Le baite di Savelli, Giorni e Ciofi sono le risposte più gettonate, le ragioni vanno cercate nella consistenza, nella fragranza, nella rapidità della cottura al netto delle bruciature, e infine, nel rito di spargere in quantità lo zucchero semolato sopra il fritto.

Dalla ricetta originale è completamente sparito l’uso delle uova, lasciando il posto solo a acqua, riso, sale, scorza di arancia, farina, zucchero semolato, zucchero a velo.

Dall’impasto, grazie a un efficace cucchiaio vintage, ma più che altro a una mano svelta e allenata, si formano le palline da tuffare nell’olio fumante e scolare su apposite gratelle. Una volta asciutte le si cosparge di zucchero servendole caldissime nel classico cartoccio.

Minutaglie ghiotte da leccarsi i baffi (oltre che le dita).