Gli italiani nel 2025 hanno speso parecchio al ristorante, ma non è una buona notizia per nessuno

Al Sigep sono stati presentati i dati di spesa degli italiani per gli alimenti nella GDO e nei ristoranti. I dati raccontano che si spende di più, ma si esce meno.

Gli italiani nel 2025 hanno speso parecchio al ristorante, ma non è una buona notizia per nessuno

Al Sigep appena terminato si è parlato di dati presentati da Circana (un’importante azienda di data analysis) durante il talk “Stato dell’arte dei consumi fuori casa in Italia”. In sintesi estrema, la spesa per i consumi fuori casa in Italia ha raggiunto 71 miliardi di euro, segnando una crescita del 12% rispetto al 2019. Il confronto con il 2019 è ovviamente motivato dal fatto che nel 2019 è cambiato il mondo.

Vale la pena ricordare che, nel complesso, gli italiani nell’ultimo anno hanno speso circa 154 miliardi tra cibo e bevande, e che il fuori casa oggi pesa per quasi il 46% di questa cifra. Insomma: non è una nicchia, è mezzo sistema alimentare italiano.

Però c’è un secondo dato, molto più importante: i locali e i ristoranti hanno segnato quest’anno 15 miliardi di ingressi, pari a un calo del 4,2% . Il che significa ovviamente che si esce meno, perché quando si esce si spende di più. Non stiamo parlando quindi di una ripresa “vera” dei volumi, ma di una crescita nominale trainata soprattutto dai prezzi.

Infatti lo scontrino medio dei locali è aumentato fino a 4,74 euro, ovvero un +17%, un aumento che Circana attribuisce in gran parte all’inflazione e al rincaro delle materie prime, dell’energia e del personale. In altre parole: non è che mangiamo molto meglio o molto di più, semplicemente tutto costa di più.

Cosa è il trading down

C’è un altro dato interessante, che è stato ripreso un po’ meno dalle testate giornalistiche: il 47% dei consumatori, per rispondere a questa situazione, invece che decidere di stare a casa adotta la strategia di “trading down”, cioè cerca un ristorante che abbia prezzi bassi o che faccia promozioni. Il 38% dichiara apertamente di cercare sconti e offerte, e circa un quarto sceglie menu combinati o formule “tutto incluso” per spendere meno.

Manco a dirlo, le uscite che crescono sono quelle per i gelati: le gelaterie quest’anno hanno ricevuto un incremento importante di visite che ha fatto sì che fossero inserite nel paniere Istat. Prima delle gelaterie arrivano solo i fast food. Tengono molto bene anche caffè, prodotti da forno e pizza, e non è un caso che la colazione resti il momento di consumo fuori casa preferito dagli italiani. Insomma tutto quello che può garantire di mangiare fuori senza spendere granché.

Quali sono le conseguenze

ristorante romano

Infine il dato sulla frequenza delle uscite: diminuiscono i cosiddetti heavy user, cioè gli habitué dei locali, quelli che mangiano fuori 4 o 5 volte a settimana. Aumentano quelli che mangiano fuori una volta al mese o giù di lì, i cosiddetti light user. Nel post covid questa tendenza è sempre stata equilibrata dalla presenza dei turisti, altalenante quanto imprevedibile però, soggetto non solo alla stagione ma anche al meteo, alle offerte delle compagnie aeree a a molti fattori.

Il risultato non è piacevole sui locali, e forse lo è poco anche su di noi che li frequentiamo. L’insicurezza del fatturato ricade su molte cose, in generale sugli investimenti che fa il locale nell’aggiornamento del personale e della strumentazione. E sappiamo che è un serpente che si mangia la coda, visto che se i ristoranti non investono diminuisce il cosiddetto indotto, e c’è sempre chi ne risente: fornitori, produttori, servizi, logistica.

Probabilmente non andrà meglio nel 2026: i sondaggi dicono che solo il 28% degli italiani si sente ottimista sulla propria situazione economica nei prossimi sei mesi, mentre il 71% indica il costo della vita come principale fonte di preoccupazione. Cresce anche l’ansia per le decisioni di politica internazionale degli Stati Uniti, soprattutto per il fatto che i dazi possono aumentare ulteriormente il costo dei ristoranti. A ottobre 2025 il 57% degli italiani si dichiarava preoccupato per questo scenario, contro il 30% di inizio anno. E poi ovviamente c’è il costo della vita, che preoccupa sempre.