di Cinzia Alfè 18 Gennaio 2017
home restaurant

Dura lex sed lex. O anche, la legge è uguale per tutti. Anche per gli home restaurant.

E infatti, alla fine, proprio la longa manus del legislatore è dovuta intervenire per regolamentare uno dei settori più innovativi, ma anche più controversi, della “ristorazione” italiana: quello del “social eating“, appunto.

In effetti, una legge precisa era auspicabile, in un settore dove l’incertezza normativa aveva dato a luogo a un ginepraio con diverse dispute tra i “ristoratori casalinghi” –più di 7000 nel 2014 sul territorio nazionale con un incasso medio di 198 euro a evento– e quelli professionali, che accusavano i nuovi arrivati di agire nel loro stesso settore di mercato ma completamente al di fuori delle regole; le stesse a cui  invece loro, i ristoratori  tradizionali, erano costretti a sottostare.

Proprio per questi motivi, ieri è stato approvato della Camera –con 326 voti a favore, 23 contrari e 27 astenuti– un testo di legge concordato da Pd, M5S, sinistra italiana e Area popolare che mette ordine nel discusso settore della ristorazione casalinga fai-da-te.

Ora si aspetta il parere del Senato.

Solo sette articoli per disciplinare un’attività che sull’onda del successo della sharing economy (economia della condivisione, quella corrente che va da Uber a Airbnb, passando per Gnammo, dove i cittadini si sostituiscono agli addetti ai lavori, dai tassisti agli albergatori fino ai ristoratori per partecipare alla crescita economica dell’intera comunità) ha allettato sempre più italiani, attirati dalla possibilità di arrotondare le entrate mensili con un’attività di loro gradimento, da svolgere a casa propria, senza l’incubo di cavillosi adempimenti burocratici a cui sottostare.

Da oggi però, se il disegno di legge verrà approvato anche dal Senato, non sarà più così. Il testo di legge prevede corpose e importanti novità.

LA REGISTRAZIONE DEL CLIENTE SULLA PIATTAFORMA DEDICATA

Tutti coloro che intendono esercitare l’attività di home restaurant dovranno avvalersi “di piattaforme tecnologiche che possono prevedere commissioni sul compenso di servizi erogati”, e su cui vigilerà il Ministero dell’Economia.

In altre parole, per recarsi a gustare un pasto in un home restaurant occorrerà registrarsi sulla piattaforma almeno 30 minuti prima della fruizione del pasto, e rimarrà tracciata sulla piattaforma stessa anche la cancellazione del servizio nel caso si intenda recedere.

I PAGAMENTI: BANDITI I CONTANTI

I pagamenti saranno ammessi solo con sistemi elettronici e “modalità di registrazione univoche dell’identità”. Vale a dire, addio entrate in nero (e giustamente).

IGIENE  E SICUREZZA. ANCHE NELLA CUCINA DI CASA

Novità anche per i “locali” –vale a dire le stanze della casa dove verrà preparata e servita la cena– , che dovranno essere in possesso di tutti i requisiti igienico- anitari previsti dalla legge, anche se non è contemplato un cambio di destinazione d’uso dei locali.

A differenza di quanto previsto nella proposta originaria, per i cuochi dilettanti non sarà  invece necessario aver conseguito un attestato HACCP, legato alla conoscenza delle basilari norme igieniche nel trattamento dei prodotti alimentari. Sarà invece il Ministero della Salute a definire le “buone pratiche di lavorazione nonché le misure dirette”.

E’ stato anche cancellato l’obbligo di segnalare al proprio Comune di residenza l’inizio attività, o Scia, mentre permane l’obbligo di dotarsi di una regolare assicurazione per la responsabilità civile verso terzi, a tutela del cliente.

IL GIRO D’AFFARI E UN MASSIMO DI 500 “COPERTI” ALL’ANNO

Ma il maggior vincolo riguarderà il “giro d’affari” dell’attività: i coperti non potranno essere più di 500 all’anno, anche se è stato cancellato il tetto massimo dei 10 coperti consentiti per ogni singola cena.

I compensi, inoltre, non potranno superare i 5.000 euro annuali, limite massimo per il quale l’attività può considerarsi occasionale e quindi esente da imposte. Resta inteso che, superata questa soglia annuale, il ristoratore dilettante dovrà aprire regolare partita IVA ed iscriversi all’Inps, e avvalersi degli ordinari regimi fiscali e contabili.

Queste norme, però, non verranno applicate nel caso in cui vengano organizzati meno di 5 eventi culinari all’anno, in quanto si tratterà solamente di “social eating” (che così ha la sua definizione italiana)

In pratica, come scrive La Stampa, quello che non è successo a Uber capita agli home restaurant, la cui attività viene regolata da un testo di legge.

E mentre Confcommercio e i ristoratori professionisti esultano, Confedilizia –che ha tacciato il provvedimento come eccessivamente restrittivo per i proprietari di case che con questa particolare forma di imprenditoria privata intendevano arrotondare le loro entrate–  spera in un “no” del Senato.

Perché le restrizioni previste dal testo, considerate eccessive, finiranno per frenare non solo chi è già nel settore, ma anche chi avrebbe avuto intenzione di entrarci.

[Crediti | Link: La Stampa]