I ghiaccioli di frutta “brutta” potrebbero essere un nuovo trend

Altroché frutta realistica. Uno studio appena uscito rivela che il riutilizzo del cibo di scarto per creare nuovi prodotti è molto ben visto dai consumatori, ma l'Italia non lo fa.

I ghiaccioli di frutta “brutta” potrebbero essere un nuovo trend

I cosiddetti upcycled food, cioè prodotti ottenuti recuperando ingredienti o sottoprodotti alimentari destinati allo spreco, potrebbero diventare un nuovo trend economico, soprattutto per quel che riguarda la frutta “brutta” trasformata in gelati e ghiaccioli.

Fortune Business Insights, una società privata di market intelligence con sede in India, ha prodotto e pubblicato nell’aprile 2026 il report Upcycled Food Products Market, secondo cui il mercato globale dell’upcycled food raggiungerebbe circa 44,68 miliardi di dollari nel 2026, sostenuto dalla crescita della domanda di prodotti sostenibili, dalla riduzione degli sprechi alimentari e dall’interesse dei consumatori verso l’economia circolare. Lo studio prevede inoltre una crescita continua del settore nei prossimi anni, trainata soprattutto da Nord America ed Europa.

Bisogna confrontare questi dati con quelli della FAO, secondo cui l’ortofrutta ha un 41% di alimenti che vanno sprecati. Chi compra questi prodotti — frutta ammaccata o troppo matura — può ricevere uno sconto fino al 70% del valore di mercato. Se con questa frutta produce un ghiacciolo sostenibile, o un dolcetto di qualche tipo, potrebbe ottenere margini fino al 65%, creando una situazione favorevole sia per i contadini, che evitano l’invenduto, sia per i produttori di alimenti upcycled, che intravedono prospettive economiche interessanti.

Infine c’è il dato incoraggiante per le vendite di questi prodotti, che emerge dai sondaggi condotti da Eurobarometro e riportati in questi giorni da Quotidiano Nazionale: il 72% dei consumatori europei dichiara una chiara disponibilità a pagare un prezzo premium per un prodotto ottenuto da frutta recuperata. Eppure in Italia non abbiamo ancora aziende così lungimiranti da dichiarare apertamente che usano, ad esempio, “frutta brutta” per i loro prodotti: evidentemente si ritiene che il nostro mercato non sia ancora pronto. Sulle confezioni all’estero, invece, compaiono parole come “rescued fruit”, “ugly produce” e “upcycled certified”.

All’estero l’upcycling esiste da più tempo

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In Svezia c’è Folkets Pops, una piccola azienda nata a Malmö nel 2018 che produce sorbetti artigianali vegani usando frutta stagionale recuperata dai mercati locali. La loro parola d’ordine è “saving fruit” e i gusti cambiano ogni settimana in base a quello che riescono a salvare.

Negli Stati Uniti, a Washington D.C., Jarabe Gourmet Pops ha trasformato le paletas — i ghiaccioli tradizionali messicani — in un progetto “zero waste”. L’azienda collabora con farmers market, ristoranti e supermercati per recuperare frutta e verdura deperibile e convertirla in ghiaccioli artigianali. Non solo: compostano gli scarti, recuperano bucce e riutilizzano quasi tutto il ciclo produttivo.

Nel Regno Unito il caso più interessante è Pukpip, startup lanciata nel 2023 che ha costruito un intero brand attorno alle banane “imperfette”. Non fanno ghiaccioli classici ma snack frozen: banane congelate ricoperte di cioccolato. La materia prima arriva dall’Ecuador ed è composta da frutti scartati dall’export perché troppo piccoli, storti o macchiati. Pukpip usa esplicitamente il termine “perfectly imperfect bananas” ed è così entrata nelle catene Whole Foods UK, la versione britannica della celebre catena americana di supermercati specializzati in prodotti biologici ed etici.

In Italia invece le realtà più avanzate sono Babaco Market e Too Good To Go Italia, ormai abbastanza diffusi, oppure realtà locali come il negozio milanese Bella Dentro. Recuperano ortofrutta imperfetta, invenduti e surplus della filiera, ma il grosso del lavoro è ancora concentrato sulla redistribuzione o sulla vendita diretta, non sulla trasformazione industriale in prodotti che potrebbero diventare iconici.