I grattacieli per suini della Cina sembrano rappresentare tutto ciò che c’è di sbagliato si possa concepire nel rapporto con gli animali: costruzioni gigantesche e distopiche dove l’unico valore è quello dello sfruttamente efficiente di spazio, risorse e vita: eppure per gli operatori del più grande produttore al mondo di carne di maiale (nel 2024 ne sono state prodotte più di 74 milioni di tonnellate), queste imponenti strutture di 26 piani situate nella periferia rurale di Ezhou, nella provincia di Hubei, rappresentano lo stato dell’arte della tecnologia suinicola, e le aziende cinesi che ne sono responsabili stanno cominciando ad esportarle.
Nuovi grattacieli dei maiali nel resto dell’Asia

Muyuan Foods, il più grande produttore di carne suina al mondo, sta infatti collaborando con l’azienda agricola vietnamita BAF per avviare quest’anno la costruzione di altre porcilaie multipiano nel sud-est asiatico. Secondo l’azienda avrebbero “sostituito i tradizionali allevamenti di suini a un piano con porcilaie multipiano al fine di migliorare l’efficienza operativa e l’efficienza dell’uso del suolo, promuovere il riciclaggio del letame e dei rifiuti e garantire la biosicurezza”, tutte ragioni in più per esportare il modello.
L’azienda BAF ha descritto l’iniziativa in Vietnam come un mega progetto che “includerà i primi allevamenti di suini multipiano del paese e presenterà la tecnologia agricola più avanzata al mondo”. Secondo Ian Lahiffe, consulente agricolo a Pechino intervistato dal Financial Times, la promessa di una maggiore biosicurezza e di tecnologie di ventilazione avanzate sta aprendo la strada alla commercializzazione del modello cinese all’estero. Lahiffe ha osservato come “Le persone iniziano a rendersi conto, sebbene sia un’idea folle, che dal punto di vista dell’acquirente in un certo senso funziona” e ha aggiunto: “Penso che il modo cinese di gestire i suini sarà sempre più rilevante per il resto del mondo”.
La diffusione di questi allevamenti verticali è stata accelerata dall’epidemia di peste suina africana del 2018, che ha spinto il governo a incoraggiare strutture gestite commercialmente per ridurre i rischi di malattie. Un complesso di Muyuan aperto nel 2020 comprende 21 edifici di sei piani e combina produzione di mangimi, allevamento e macellazione. L’operatore Zhongxin Kaiwei Modern Farming ha dichiarato che i suoi “sistemi intelligenti consentono un’alimentazione precisa, la prevenzione e il controllo delle malattie e la gestione ambientale”.
Secondo Lahiffe, il successo di queste strutture è dovuto a una “combinazione di sistemi di ventilazione, gestione degli escrementi e l’uso di ogni sorta di automazione cinese per farlo funzionare”. Nonostante i vantaggi tecnologici, il modello ha ricevuto critiche dai gruppi per il benessere degli animali, che denunciano ambienti artificiali sovraffollati e avvertono che l’alta densità potrebbe aumentare il rischio di malattie. In Germania, una struttura simile nota come Schweinehochhaus è stata chiusa nel 2023 dopo ripetute accuse di crudeltà verso gli animali.
A livello locale, molti residenti cinesi vedono un’opportunità economica. Uno di loro ha dichiarato: “Prima andavamo altrove per lavoro, ora è a due passi da casa”. Wang Tenghao, direttore generale presso Qinglian Food, ritiene che la scelta della verticalità sia dettata da necessità logistiche e normative: “Personalmente credo che si tratti essenzialmente di risolvere il problema del terreno”. Wang ha ammesso che permangono sfide, notando che “La pressione sulla protezione ambientale è piuttosto significativa”.
Oltre alla gestione del suolo, la scarsità di manodopera rurale dovuta alla rapida urbanizzazione gioca un ruolo chiave. Wang ha infatti sottolineato che “I veri agricoltori sono pochissimi”. Poiché Pechino cerca ora di limitare la popolazione suina domestica per sostenere i prezzi, i produttori sono ulteriormente incoraggiati a espandersi all’estero. Lahiffe prevede che i nuovi allevamenti in Vietnam saranno “una sorta di copia e incolla” del modello di Muyuan: “Se altri paesi vorranno seguire quella strada, invece di dover passare loro stessi attraverso molteplici iterazioni, probabilmente acquisteranno da un operatore cinese esistente. Presumo che offriranno condizioni molto vantaggiose per costruire queste strutture”.
L’esportazione di questo modello estremo di allevamento anche al di fuori dell’Asia sembra quindi ormai solo una questione di tempo, ed è certo che un’iniziativa del genere verrebbe accolta con accese proteste, come quelle che hanno scongiurato, nell’autunno dell’anno scorso, la costruzione di un allevamento avicolo intensivo nel pavese. Basteranno a fermare un colosso di 26 piani?

