I pub inglesi non vogliono più bambini

Nemmeno i pub inglesi sfuggono alla polemica sui bambini nei locali pubblici: per molti è meglio evitarli.

I pub inglesi non vogliono più bambini

La bella stagione è alle porte, e con lei possiamo aspettarci tutto il consueto cucuzzaro di polemiche stagionali: gli scontrini pazzi, i sovrapprezzi per piattini e taglio di toast a metà e, puntuali, i dibattiti sulla presenza opportuna o meno dei bambini nella attività di ristorazione. Quest’ultimo è un fronte su cui, almeno, possiamo non sentirci soli, visto che anche in Inghilterra la questione si sta ponendo fortemente all’attenzione delle cronache, in locali che sono parte integrante del tessuto sociale del paese come i pub.

A raccontare aneddoti degni di un campo di battaglia sono gli stessi publican i quali, intervistati dal Guardian, sembrano non poterne veramente più. Prendete Egil Johansen, che gestisce il Kenton a Hackney: “Era come il selvaggio West. Se avessi un’ora, potrei raccontarti tantissimi scenari”.

I Pub vs. i bambini?

pub interno

Non stiamo parlando di semplici capricci. Johansen ha visto scene da brivido, come un bambino di tre anni finito nella botola della cantina mentre i genitori non stavano nemmeno guardando. Il problema grosso è che, quando i gestori provano a intervenire, i genitori spesso si infuriano.

“In ogni caso, i genitori danno la colpa a noi quando qualcosa va storto o si arrabbiano molto quando chiediamo loro di controllare i propri figli. Ma sono legalmente obbligato a garantire la sicurezza dei bambini nel mio locale e se i genitori lasciano che i loro figli si scatenino, l’unica soluzione è non permettere affatto loro di entrare“. Non è stata una scelta presa a cuor leggero, anzi: “Sono un publican; sono una persona socievole. Non mi dà alcuna gioia bandire nessuno, ma non è sicuro: i genitori non controllano i loro figli e gli altri nostri clienti iniziavano ad andare altrove. Non avevo scelta”.

Oltre alla sicurezza, c’è lo stress quotidiano del servizio. Stephen Boyd, proprietario del pub The Alma, racconta che all’inizio volevano essere aperti a tutti, ma questa buona intenzione si è rivelata un incubo gestionale. “Quando ho rilevato il pub, volevamo attirare giovani famiglie, ma si è scoperto che non sapevamo in cosa ci stessimo cacciando”.

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Le richieste erano infinite e complicate. Ricorda Boyd: “Non è che qualcuno fosse particolarmente irragionevole, ma c’erano così tante richieste: bevande diluite – riscaldate ma non troppo. Babyccino. Piatti senza funghi, cipolle, sale. E per tutto il tempo, i clienti adulti che pagavano il prezzo pieno aspettavano più a lungo per i loro ordini”. Insomma, i piccoli clienti stavano prendendo il sopravvento: “Basta un paio di persone che urlano, battono su un tavolo o corrono su e giù, e questo detta l’intera atmosfera del pub”.

Una volta deciso per il divieto, però, la vita di Boyd è cambiata radicalmente: “E’ stata una fottuta rivelazione. Tutto lo stress è svanito da un giorno all’altro. Il mantenimento del personale è aumentato. Gli incassi sono raddoppiati. Vorrei solo averlo fatto prima”. Certo, ha dovuto affrontare una tempesta di critiche, come spiega lui stesso: “Ho ricevuto molto odio online. Soprattutto da persone che non erano mai state al pub ma sentivano che stavo facendo qualcosa di moralmente odioso”.

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C’è anche un lato economico non indifferente dietro queste scelte. Mandy Keefe del Wheel Inn sottolinea che avere troppi bambini a tavola spesso non conviene affatto: “Ho avuto persone che dicevano che mi stavo rovinando gli affari, ma ho il ristorante pieno ogni domenica. Se un terzo di questi fossero bambini che mangiano da un menu per bambini a prezzo ridotto e non bevono alcolici, non sarebbe finanziariamente sostenibile”.

Non tutti però la pensano così. Lee Jones del Brewers Arms ha fatto la scelta opposta, riaprendo le porte ai più piccoli e puntando tutto sull’accoglienza comunitaria. La sua filosofia è semplice: “Siamo dog-friendly, child-friendly, adult-friendly. Siamo solo amichevoli – non facciamo distinzioni. I pub sono per la comunità e non vedo i divieti nello spirito di ciò per cui siamo qui”. Da lui le cose sembrano andare meglio: “Se i bambini diventano un po’ turbolenti, scambiamo solo una parola gentile con i loro genitori. Ma è necessario molto raramente”.

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Alla fine, come dice Tom Stainer del CAMRA, “Questa discussione può certamente essere molto accesa”. Ma la verità sta forse nel mezzo, come suggerisce lui stesso: “Bisogna guardare alla responsabilità dei genitori in queste situazioni, non solo ai pub. Sono loro i responsabili di assicurarsi che i propri figli si comportino bene”. Insomma, bambini maleducati e genitori inadeguati sembrano essere n problema ovunque: la soluzione è lontana ma certamente non si può pretendere che, a fornirla, siano i gestori dei pub.