L’organizzazione legale senza scopo di lucro Global Echo ha analizzato oltre 30.000 documenti di esportazione relativi a migliaia di spedizioni israeliane verso il Regno Unito e l’Unione Europea nell’arco di 8 anni e ha stilato un rapporto di 400 pagine. Oltre all’esame dei documenti di esportazione, l’indagine ha analizzato dati pubblicamente disponibili e raccolto testimonianze di palestinesi e di importanti rappresentanti dell’industria israeliana.
Dal rapporto emerge che 1 spedizione su 6 tra quelle esaminate conteneva prodotti agricoli provenienti da insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati e nelle Alture del Golan siriane occupate; almeno il 42% dei prodotti era stato etichettato falsamente come coltivato in Israele. Il valore delle merci falsamente etichettate scoperte dalla no profit è di circa 13 milioni di euro e rappresenta solo una parte delle merci che in questo modo arrivano nel mercato europeo.
Il motivo per cui alcuni falsi produttori procedono alla falsa etichettatura è di natura economica: esiste infatti un accordo di scambio tra Israele e UE che risale al 1995 (ma che è entrato in vigore nel 2000) e che prevede la sospensione (o la forte limitazione) dei dazi per i prodotti israeliani, fatto salvo quelli che provengono dagli insediamenti, poiché l’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi e siriani è considerata illegale dal diritto internazionale. Bisogna anche aggiungere un dato importante: l’Europa è il principale mercato di Israele e l’UE è il suo singolo partner commerciale più importante, rappresentando quasi il 30% delle esportazioni israeliane.
In sostanza, con questo sistema, i cittadini europei stanno acquistando inconsapevolmente della merce che contribuisce a finanziare l’occupazione. Oltre al fatto che quella stessa merce, che è comunque lecito vendere in Europa, seppur con un’etichettatura corretta, dovrebbe però fruttare all’Unione Europea molte più tasse doganali di quelle che non sta fruttando ora.
Come riconoscere le false etichette?

In un caso è abbastanza facile: alcuni produttori indicano correttamente l’indirizzo e il codice postale dell’insediamento, ma classificano comunque i prodotti come “made in Israel” e, in teoria, in questo caso l’origine può essere verificata su internet, confrontando indirizzo e codice postale con gli elenchi delle località situate negli insediamenti.
Questa etichettatura fuorviante è tuttavia sostanzialmente consentita da un accordo tecnico del 2005 tra Israele e l’UE. Infatti, la storia di queste contrattazioni è lunga e travagliata: già pochi anni dopo l’entrata in vigore del primo accordo fu chiaro che i prodotti che ricevevano le agevolazioni fiscali non provenivano solo dal territorio israeliano, ma anche dai territori occupati della Cisgiordania, delle Alture del Golan e di Gerusalemme Est, che l’Europa non riconosce come israeliane e su cui i certificati (ad esempio quello che identifica le merci biologiche) dovrebbero essere rilasciati dalle autorità competenti palestinesi o siriane e non da quelle israeliane.
Per chiarire la situazione, nel 2005 UE e Israele raggiunsero un’ulteriore intesa tecnica nota come Arrangement on the Technical Implementation of the EC-Israel Association Agreement, un sistema di etichettatura che può rilasciare Israele ma su cui è obbligatorio compaia la città e il codice postale del luogo di produzione, ecco dunque l’origine delle etichette fuorvianti. In questo modo, si pensava, gli addetti doganali in Europa avrebbero potuto controllare la merce e, nel caso, rifiutare l’applicazione del vantaggio fiscale. Tuttavia, i controlli sono spesso inefficaci perché le infrastrutture doganali non sono preparate a gestire questa ulteriore mole di lavoro.
Così si è arrivati a un’altra tappa di questa disputa nel 2015, quando la Commissione europea pubblicò linee guida secondo cui i prodotti provenienti dagli insediamenti non dovrebbero essere semplicemente etichettati come “Made in Israel”; dovrebbero invece indicare che provengono da un insediamento israeliano situato in un territorio occupato, quindi l’etichetta dovrebbe riportare, ad esempio, la dicitura: “Prodotto della Cisgiordania (insediamento israeliano)”. Tuttavia, queste linee guida vengono aggirate.
Il modo in cui vengono aggirate è noto già dal 2015 ed era stato denunciato da alcuni imprenditori israeliani al Parlamento (secondo quanto riportato da Global Echo): le aziende degli insediamenti possono fornire un indirizzo fittizio che indica falsamente una produzione all’interno dei confini riconosciuti di Israele; oppure possono mescolare prodotti provenienti dagli insediamenti con prodotti israeliani in centri di refrigerazione o confezionamento, esportando poi l’intero lotto come «coltivato in Israele». Queste pratiche sono tuttora in atto e, ovviamente, in questo caso il consumatore non può far nulla per accorgersi della frode.
Esistono ovviamente anche degli accordi economici anche tra UE e Palestina, per agevolare le esportazioni palestinesi in Europa; riguardano soprattutto datteri, olio di oliva, erbe aromatiche e alcuni trasformati che vengono etichettati come “prodotto in Palestina”. Tuttavia, le ONG dichiarano che il fatto che Israele controlli sostanzialmente tutte le infrastrutture del territorio limita di gran lunga la possibilità di esportazione dei prodotti palestinesi.
In sostanza, il rischio reale di questa situazione fumosa e mal controllata è che si butti il bambino con l’acqua sporca e che i consumatori, non riuscendo a distinguere tra prodotti israeliani, prodotti degli insediamenti e prodotti palestinesi, finiscano per evitare indistintamente tutte le merci provenienti dalla regione.