Il Consorzio del Prosecco ha un nuovo nemico: “Bella Principessa”

Il Consorzio del Prosecco porta le sue battaglie di tutela fino alla High Court londinese.

Il Consorzio del Prosecco ha un nuovo nemico: “Bella Principessa”

Il Consorzio di Tutela della Denominazione di Origine Controllata Prosecco si conferma sempre sul pezzo, attivissimo nella sua attività di controllo sull’utilizzo del nome e del marchio delle bollicine italiane più famose nel mondo.

A trovarsi nella scomoda posizione di doverci avere a che fare per vie legali sono oggi un padre e un figlio, professionisti del settore vinicolo in quel di Londra, finiti al centro di una tempesta che attraversa i confini internazionali, dalle colline del Veneto alle austere aule della High Court britannica. Michael e Ralph Goldstein, attraverso la loro società Prosecco International Ltd, sono accusati dal sollecito organismo italiano incaricato di proteggere il celebre vino spumante di aver utilizzato impropriamente un nome che gode di una tutela speciale.

Il Prosecco vs. i Goldstein

prosecco

Il Consorzio sostiene che i due imprenditori abbiano commercializzato spumanti non autentici sotto il marchio “Bella Principessa”, sfruttando lo status protetto della bevanda. Una posizione supportata anche da una recente sentenza, in cui il giudice Richard Hacon ha sottolineato: “Com’è noto, Prosecco è il nome dato a certi vini prodotti nel nord-est d’Italia. La denominazione di origine protetta Prosecco è protetta in questo paese ai sensi dei regolamenti UE, ora assimilati nella legge del Regno Unito”.

L’azione legale si fonda su una “lunga lista di atti che si dice costituiscano una violazione dei diritti del Consorzio ai sensi del regolamento”, e al centro delle accuse c’è l’utilizzo del marchio di certificazione Prosecco su due siti web, Prosecco.com e Proseccodoc.com, che secondo il Consorzio si rivolgono direttamente al pubblico del Regno Unito. Il magistrato ha così spiegato: “I particolari della domanda citano l’uso di Ppsecco in associazione a e sulle bottiglie di vino spumante chiamato Bella Principessa, ma il Consorzio non accetta che i vini Bella Principessa e Prosecco Rosé rientrino nelle specifiche della Denominazione di Origine Protetta (DOP)”.

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Dall’altra parte, i Goldstein difendono con determinazione la propria impresa, sostenendo che i loro prodotti rispettino pienamente i requisiti tecnici necessari. Michael Goldstein ha raccontato così l’ispirazione dietro il suo marchio: “Non riuscivamo a trovare un Prosecco che avesse un sapore eccezionale, un aspetto splendido e che sembrasse abbastanza significativo da essere condiviso con le persone che contano di più, così ne abbiamo creato uno: Bella Principessa. Il Prosecco che gli ospiti sono orgogliosi di chiedere per nome. È disponibile in due versioni: Rosé e Brut. Entrambi ottimi”.

Nelle loro comunicazioni pubblicitarie, il vino viene presentato come un’eccellenza artigianale: “Bella Principessa è un Prosecco italiano premium prodotto secondo gli standard italiani Prosecco D.O.C. Ogni bottiglia ha ceramiche dipinte, è ornata con decorazioni floreali italiane e la farfalla Bella Principessa, è d’impatto sulla tavola quanto il vino lo è nel bicchiere”.

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Il giudice Hacon ha sottolineato l’importanza di valutare l’entità del danno subito dai produttori italiani: “Non posso presumere, sulla base delle prove attualmente disponibili dinanzi alla corte, che il danno causato al Consorzio in conseguenza dell’ammesso uso del segno PROSECCO in passato sia stato trascurabile. Anzi, sulla base delle prove attualmente a disposizione della corte, è possibile che il danno sia stato significativo”.

La contesa è dunque destinata a risolversi solo dopo un’aspra battaglia legale. Concludendo la sua analisi, il giudice ha stabilito che: “Ritengo che i convenuti abbiano dimostrato che il Consorzio abbia prospettive di successo nelle sue rivendicazioni per violazione del Regolamento e del Marchio di Certificazione. La questione se il contenuto dei siti web in questione costituisca una violazione del Regolamento e del Marchio di Certificazione deve essere risolta a processo”.