Il pesto è una delle salse italiane più vendute al mondo, ma non ha ancora un disciplinare

Nel 2025 l'Italia è diventata il secondo produttore mondiale di basilico, seconda solo all'India, e il mercato globale del pesto vale sempre di più.

Il pesto è una delle salse italiane più vendute al mondo, ma non ha ancora un disciplinare

Il segnale più significativo era già arrivato nel 2024, quando il pesto aveva superato il ragù bolognese nelle vendite in Francia: il pesto è la nuova salsa di riferimento della cucina italiana nel mondo. Solo in Italia, le vendite hanno ormai sfiorato i 27 milioni di chili annui.

Questo incremento di vendita del pesto è ovviamente in simbiosi con la coltivazione di basilico che è aumentata di oltre due volte e mezzo nell’arco di quindici anni, e nel 2025 ha superato gli 86mila quintali (dati Istat), rendendo l’Italia il secondo Paese produttore mondiale, dietro l’India e davanti agli Stati Uniti. Il valore economico del mercato globale del basilico è enorme, oggi stimato intorno ai 63,2 milioni di dollari, è previsto in espansione fino a 82,7 milioni entro il 2033, trainato non solo dall’alimentare ma anche da utilizzi in bevande, integratori e cosmetici (dati del sole 24 Ore).

Questo boom ha avuto effetti diretti anche sulla geografia produttiva. Se storicamente la coltivazione del basilico era concentrata in Liguria, oggi si assiste a una progressiva espansione verso nuove aree: in particolare, una parte della Pianura Padana — tra Pavia e Parma — si è convertita alla produzione, trainata dalla presenza dell’industria conserviera. La crescita della domanda ha così spinto sia le coltivazioni in pieno campo sia quelle in serra, contribuendo a trasformare una filiera un tempo locale in un comparto agricolo e industriale sempre più strategico a livello nazionale.

Perché del pesto genovese non esiste un disciplinare?

campo di basilico

La questione sta nella diffusione del suo mercato e nella produzione su larga scala, nelle grandi aziende e nelle multinazionali, che verrebbero fortemente limitate da una DOP. Più realisticamente si potrebbe puntare a una IGP, che vincola una sola fase della produzione al territorio, ad esempio l’uso del Basilico Genovese DOP. Ma anche in questo caso la faccenda sarebbe comunque limitante e produrrebbe un risultato piuttosto netto: un pesto di “serie A” con IGP e un pesto di “serie B” che dovrebbe cambiare nome.

La DOP (Denominazione di Origine Protetta) e la IGP (Indicazione Geografica Protetta) sono certificazioni europee che tutelano i prodotti legati a un territorio; la differenza sta nel grado di vincolo territoriale: nella DOP tutte le fasi — produzione, trasformazione e lavorazione — devono avvenire in una specifica area geografica e anche le materie prime devono provenire da lì, mentre nella IGP è sufficiente che almeno una fase avvenga nel territorio indicato. L’esempio classico è quello della Pizza Napoletana, che è IGP: altrimenti non si potrebbe produrre e commercializzare in altre città che non siano Napoli.

Per il momento il pesto ha ottenuto solo il riconoscimento PAT, cioè quello di Prodotto Agroalimentare Tradizionale.

Infine, l’ultimo scoglio — per quanto in parte aggirabile — è che il pesto è una salsa, e le salse difficilmente riescono a ottenere un disciplinare rigido: gli ingredienti variano da zona a zona, da famiglia a famiglia, e diventa complicato codificare una versione unica dichiarandola più autentica delle altre.