Il rapporto annuale sullo stato dell’industria vinicola statunitense della Silicon Valley Bank, pubblicato a metà gennaio 2026, mostra che nel 2025 i ricavi sono calati, la produzione di vino è diminuita e si prevede un “minimo irregolare” della domanda tra il 2027 e il 2028. McMillan, autore del rapporto, è considerato l’uccello del malaugurio della Napa Valley almeno dal 2018, quando ha iniziato a sostenere che i guadagni sfrenati legati al vino nella zona erano destinati a finire. Oggi afferma – come riportato dal Guardian –: “Il 2026 segnerà il momento in cui alcuni produttori e aziende vinicole, in difficoltà da anni, cederanno pubblicamente e usciranno dal mercato.”
E. & J. Gallo Winery, il più grande fornitore di vino negli Stati Uniti, ha annunciato a febbraio il licenziamento di 93 persone e la chiusura di un importante stabilimento a St Helena, nella Napa. Anche Constellation Brands, proprietaria dei vini Robert Mondavi, ha dichiarato a gennaio che licenzierà oltre 200 lavoratori.
La Napa conta oltre 400 cantine aperte al pubblico; molte sono piccole aziende familiari, e il rapporto sottolinea che solo quelle capaci di adattarsi potranno sopravvivere.
I viticoltori sono in una situazione ancora più difficile: devono vendere uva, ma le cantine stanno riducendo gli acquisti. Si moltiplicano i casi di contratti annullati lungo tutta la costa ovest — dopo che i produttori hanno già sostenuto un anno di costi. Inoltre, la California Association of Winegrape Growers riporta che 38.134 acri di vigneti (l’8% del totale) sono stati estirpati tra ottobre 2024 e agosto 2025 — e il fenomeno continua.
La storia e la peculiarità della Napa valley
La Napa Valley ha iniziato a svilupparsi davvero negli anni Ottanta e ancor più nei Novanta, in gran parte come prodotto delle ingenti somme di denaro che circolavano nella Silicon Valley, l’altra valle — forse ancora più celebre — situata a sud di San Francisco (la Napa invece è a nord).
Per i magnati della tecnologia, la Napa era sia il luogo dove trascorrere weekend di lusso, sia uno spazio in cui diversificare gli investimenti, acquistando cantine e bottiglie di vino a prezzi spesso molto più alti del loro valore reale. Le bottiglie della Napa, soprattutto il Cabernet Sauvignon — il prodotto feticcio della zona — vanno dai 50 ai 500 dollari, e oggi si stanno accumulando nelle cantine perché non trovano più mercato.
Nel frattempo sono cresciuti i ristoranti stellati, le strutture ricettive di lusso e anche il Napa Valley Wine Train, un treno arredato in stile anni Venti, sulla falsa riga dell’Orient Express, dove si degustano vini.
La “nerdizzazione” dei produttori non si è fatta attendere: i grandi guadagni hanno portato anche a un’attenzione tecnica quasi ossessiva — quanti giorni di sole riceve la vite, quale livello di zuccheri si raggiunge al momento della vendemmia e così via. Rendendo questi vini olto interessanti anche sul mercato internazionale. Tuttavia esiste una differenza rispetto ad altre zone di produzione di vini eccellenti come la Toscana o la Borgogna: in queste zone la tradizione del vino data secoli, e il vino è inserito nel contesto sociale e familiare di tutti i ceti sociali, e questo è uno dei motivi per cui i mercati europei “tengono”, anche in questi anni in cui il consumo di vino è drasticamente diminuito. Oggi – come sappiamo – la Gen Z non è più interessata: negli Stati Uniti – riporta The Guardian – meno di un quarto dei giovani tra i 21 e i 29 anni preferisce il vino, le preferenze vanno a cocktail e superalcolici, per chi beve alcol, ma la maggioranza si concentra sull’alcool free.
La Napa Valley è un mercato vecchio

Il cambiamento di prospettiva delle nuove generazioni non dipende da un unico fattore, ma da una combinazione che si è concentrata tutta insieme. Il Surgeon General (il principale portavoce sulla salute pubblica del governo federale) ha indicato l’alcol come terza causa prevenibile di cancro negli Stati Uniti, suggerendo l’introduzione di etichette di avvertimento (come per le sigarette).
Poi ci sono le dinamiche commerciali. Il blocco canadese sui vini americani ha colpito duramente uno dei principali mercati di esportazione. Allo stesso tempo, i dazi — e anche solo la prospettiva della loro introduzione — hanno spinto molti produttori europei a spedire grandi quantità di vino negli Stati Uniti in anticipo, saturando il mercato.
E infine c’è la resistenza dei produttori della Napa, che già dal 2018, quando sono arrivate le prime previsioni di un possibile calo delle vendite, hanno preferito nascondere la testa sotto la sabbia, confidando probabilmente che l’essere situati in una delle zone più ricche del pianeta avrebbe garantito prosperità indefinita. La testardaggine e la mancanza di lungimiranza sono sicuramente una parte del problema. E poi, come spesso accade a chi crea qualcosa dal nulla e ottiene un successo improvviso, i produttori della Napa non sono riusciti a costruire una vera seconda generazione. È il peccato capitale dei boomer — e non è certo l’unico ambito in cui se ne vedono gli effetti.