Nei Paesi anglosassoni — a differenza di quanto accade da noi — gli studi accademici sono spesso molto tempestivi e dettagliati, e non di rado offrono il punto di partenza per grandi testate giornalistiche che vogliono interrogarsi su temi di attualità.
Capita così che in questi giorni The Guardian riporti i risultati di un lavoro apparso a fine febbraio sulla rivista Sustainability, intitolato Potential Pathways and Solutions to Acute Food System Crisis in the UK. Si tratta di un aggiornamento di uno studio condotto nel 2023, pubblicato sulla stessa rivista, che aveva già lanciato dati piuttosto allarmanti: una larga maggioranza degli esperti — l’80% — aveva affermato che violenze su larga scala causate da una crisi alimentare sono possibili nei prossimi 50 anni, con il 40% che ritiene possano verificarsi entro il prossimo decennio, secondo un’analisi correlata pubblicata nello stesso anno.
L’aggiornamento dello studio si basa su dati reali accaduti negli ultimi anni, come l’attacco informatico subito nel Regno Unito da alcuni supermercati. Nell’aprile 2025, Marks & Spencer e Co‑op hanno subito intrusioni informatiche che hanno bloccato gli ordini online, sottratto dati sensibili dei clienti e addirittura interrotto la logistica, lasciando alcuni negozi con scaffali vuoti.
Un altro aspetto concreto considerato dallo studio sono le conseguenze sul costo del cibo della guerra in Ucraina. La ricerca si interroga quindi su quali possano essere le cause di una crisi alimentare e quanto siano probabili, individuando negli eventi politici internazionali e nelle crisi climatiche i due fattori di rischio principali.
Lo studio riguarda la realtà britannica, ma contiene indicazioni sulla fragilità del sistema alimentare facilmente trasferibili ad altri paesi europei.
I fattori che rendono fragile l’economia alimentare

Il primo elemento segnalato dallo studio è la concentrazione della produzione cerealicola in alcune aree definite i “granai del mondo”: Stati Uniti, Brasile e Russia. L’instabilità politica o la decisione unilaterale di questi paesi di ridurre le forniture potrebbe generare problemi seri. Inoltre, esistono punti critici nelle catene di approvvigionamento, come il passaggio attraverso il Canale di Suez, che aumentano la vulnerabilità globale.
Lo studio segnala anche un problema di produzione interna, sottolineando che il Regno Unito importa attualmente circa il 35% del proprio cibo. Potremmo pensare che questo dato non sia paragonabile a paesi come l’Italia o la Francia, che hanno climi diversi e tradizioni agricole più solide. Tuttavia, nel 2025 il valore delle importazioni alimentari in Italia ha superato quello delle esportazioni, il che mostra come anche noi non possiamo certo definirci un’economia autarchica.
Chi scrive, come chiunque viva nel mondo contemporaneo, sa che l’autarchia — di cui l’Italia conserva tristi memorie — non è certo qualcosa a cui aspirare. Ma resta comunque un segnale significativo: oggi, dopo il dibattito sul riarmo europeo, comincia a farsi strada anche quello sull’approvvigionamento alimentare. C’è margine per starsene poco sereni.
Ultimo fattore di rischio indicato dallo studio britannico è la frequente digitalizzazione del mercato alimentare, che espone a possibili cyberattacchi. Al momento, nel nostro Paese le cose procedono più lentamente e sono ancora pochi a considerare la possibile fragilità in questo settore. Speriamo di non peccare di scarsa lungimiranza.
Cosa fare per mettere in sicurezza i Paesi?
Lo studio identifica sette cose da fare immediatamente, tutti consigli non particolarmente originali, ma difficilmente ritrovabili nelle agende politiche attuali. Tra queste ci sono: promuovere diete a base di prodotti locali e incentivare la produzione alimentare interna; costruire una sicurezza energetica interna data dalle fonti rinnovabili; collaborare tra i vari ministeri per integrare le politiche estere, energetiche e alimentari; costruire delle scorte alimentari; rafforzare la cybersicurezza e promuovere politiche di ridistribuzione.