In Europa crescono gli allevamenti di api e diminuiscono quelli di animali da carne

Due dati Eurostat, pubblicati a pochi giorni di distanza, mostrano lo strano parallelismo tra gli allevamenti di carni e quelli di api.

In Europa crescono gli allevamenti di api e diminuiscono quelli di animali da carne

Il 30 giugno 2026 sono usciti i nuovi dati Eurostat, pubblicati in un articolo statistico dal titolo: “EU livestock numbers continued to shrink in 2025”. I dati riferiti al 2025 confermano infatti una contrazione annua per il numero di suini, bovini, ovini e caprini allevati in Europa. Se si guarda poi agli ultimi 10 anni (2015-2025), le cifre sono importanti: l’UE ha perso il 17,5% dei caprini, il 12,2% degli ovini, il 9,7% dei bovini e l’8,9% dei suini.

Secondo gli stessi dati Eurostat, nel 2023 gli alveari censiti nelle aziende agricole dell’Unione europea hanno raggiunto quota 9,4 milioni, registrando un incremento del 16% rispetto al 2020. In Italia siamo più avanti di tutti, con quasi 1,9 milioni di arnie e un aumento del 79% negli ultimi 6 anni. La notizia è stata pubblicata da Eurostat il 20 maggio 2026, in occasione della Giornata mondiale delle api, con il titolo “Bee-utiful growth: EU beehives up to record 9.4 million”. Sono dati relativi al 2023, ma sono stati pubblicati solo ora perché derivano dalla Farm Structure Survey (FSS), l’indagine sulla struttura delle aziende agricole, che non viene realizzata ogni anno ma a intervalli pluriennali.

Ansa mette insieme i due dati, che in effetti hanno una connessione con le politiche europee e il lavoro sulla sostenibilità ambientale.

Cosa è successo alla carne europea negli ultimi 10 anni?

mucche che mangiano

Il motivo della diminuzione degli allevamenti per ogni tipo di carne non è facilmente spiegabile con una sola causa. La prima, quella che sembrerebbe la più probabile, cioè che finalmente mangiamo meno carne, in realtà non è la più plausibile: la diminuzione del consumo di carne in Europa non è così significativa da giustificare questi numeri.

L’OCSE mette a disposizione un database pubblico sul consumo pro capite di carne per tutti i Paesi europei. I dati mostrano che nei Paesi ad alto reddito, compresa l’UE, il consumo pro capite è sostanzialmente stabile o in lieve diminuzione, mentre cresce nei Paesi emergenti. E poi non tutte le carni sono uguali: infatti, secondo l’OCSE, il consumo pro capite di carne rossa nell’UE è diminuito di circa il 14%, mentre il consumo di pollame è aumentato di circa il 30%.

Il motivo reale è invece da ricercarsi nei costi dell’allevamento, per via dell’aumento del prezzo dei mangimi e delle spese per l’energia, oltre che a un aumento di spese per la gestione degli allevamenti secondo le normative comunitarie. Dal 2019, con il Green Deal e la strategia Farm to Fork, la Commissione europea ha avviato una revisione complessiva della legislazione sul benessere animale, anche se molte delle nuove proposte sono ancora in fase di discussione. Inoltre, il Regolamento (UE) 2019/6 introduce restrizioni molto più severe sull’uso degli antibiotici. Gli economisti dell’agricoltura sono abbastanza concordi sul fatto che le norme ambientali e sul benessere animale abbiano aumentato i costi di produzione, soprattutto per gli allevamenti intensivi e per quelli che dovevano ammodernare le strutture.

L’altra grande causa è il passaggio generazionale. Inoltre, a questo deve aggiungersi il fatto che, per quanto riguarda gli allevamenti intensivi, anche laddove ci sono meno animali le rese sono rimaste alte perché oggi si riesce a far produrre più latte da una stessa vacca, o a far crescere un maiale in meno tempo (quanto tutto questo sia etico e salutare è – purtroppo – un altro problema).

Stanno tutti investendo in arnie, perché?

Meno carne e più api, sembrerebbe dire questo trend, anche se nemmeno il mondo apiario se la cava alla grande: per via del disboscamento e del cambiamento climatico, la produzione di miele è in calo e la perdita di alveari è una realtà costante, tanto che l’UE ha varato il “Nuovo patto per gli impollinatori” per invertire il declino degli insetti selvatici entro il 2030; un progetto che si rivolge ovviamente agli insetti selvatici, e non a quelli allevati nelle fattorie, tuttavia è finalizzato a proteggere una funzione svolta dalle api (selvatiche o non) molto importante: salvaguardare le impollinatrici per salvaguardare la sicurezza alimentare europea.

Infatti, è lecito pensare che tutti gli allevatori che decidono di investire nell’apicoltura non siano tanto interessati alla produzione di miele quanto all’uso delle api come impollinatrici. Le stime della Commissione europea indicano che gli insetti impollinatori contribuiscono ogni anno per circa 5-15 miliardi di euro alla produzione agricola dell’UE, grazie all’aumento della resa e della qualità di numerose colture; tra queste le più importanti sono la frutta (mandorle e mele soprattutto, ma anche fragole e kiwi) e poi colture come il girasole o la colza sono fortemente dipendenti dal lavoro degli insetti impollinatori.

Sono quelle buone notizie un po’ amare – perché sono inquinate dal fatto di essere una parziale soluzione a un grande problema – ma sono comunque buone notizie.

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