In Italia abbiamo troppo pochi allevamenti di pesce?

L'italia importa l'86% del pesce che consuma, eppure potremmo produrre molto più pesce di allevamento, anche per contrastare la crisi della pesca.

In Italia abbiamo troppo pochi allevamenti di pesce?

L’acquacoltura è una faccenda controversa. Tutti, quando andiamo dal pescivendolo, vogliamo acquistare il pesce pescato, perché lo consideriamo — molto spesso a ragione — di qualità superiore. Eppure l’Italia importa l’86% del pesce che consuma: soprattutto orate e branzini dalla Turchia e salmone di allevamento dai mari del Nord. Ma c’è anche il grande tema del pesce proveniente dalla pesca oceanica, che rischia di essere il frutto di situazioni poco sostenibili, sia dal punto di vista degli stock ittici sia da quello dei lavoratori a bordo dei grandi pescherecci.

Con l’entrata in vigore, il 17 gennaio 2026, del High Seas Treaty, la comunità internazionale ha provato a mettere ordine nel “far west” delle acque internazionali, che coprono circa due terzi degli oceani e finora erano regolate in modo frammentario. Il trattato consente ai Paesi di istituire aree marine protette anche in alto mare. Ovviamente, il problema di questi accordi è farli rispettare. Tuttavia, anche alla luce di questo quadro internazionale di riduzione delle aree di pesca, nel 2050, secondo la FAO, l’acquacoltura coprirà il 70% dei consumi mondiali.

Come è messa l’Italia con l’acquacoltura?

acquacoltura

Lungo le coste italiane ci sono appena 19 impianti su 8mila chilometri di costa, contro i 300 della Grecia e i 540 della Turchia. In Norvegia gli allevamenti di salmone producono 1,5 milioni di tonnellate di pesce in mare, mentre l’Italia è ferma a 15mila. Eppure siamo tra i più grandi consumatori di pesce in Europa: 31 kg pro capite l’anno contro i 24 kg della media europea (dati Il Sole 24 Ore).

Da noi la pesca tradizionale prevale ancora sull’acquacoltura, con una produzione di circa 65 milioni di tonnellate e 600 milioni di fatturato, contro 51 milioni e 400 milioni di fatturato, realizzati in oltre 800 siti produttivi.

Il presidente dell’API (associazione piscicoltori italiani) Matteo Leonardi, che rappresenta oltre il 90% delle imprese dell’acquacoltura, segnala in un recente comunicato cache, per migliorare la situazione: “Servono promozione, investimenti nell’adeguamento degli impianti alla crisi climatica, miglioramento della shelf life del prodotto nella grande distribuzione e un quadro normativo chiaro. Sulle concessioni manca una norma certa su attribuzioni e durata, e questo frena sia le nuove domande sia lo sviluppo di quelle esistenti. Vanno chiarite le competenze e accorciato l’iter per il rilascio, che in alcuni casi ha richiesto tre anni”.

Ci sono due settori in cui siamo già primi: l’Italia è il primo produttore di caviale da storione in Europa e il secondo al mondo dopo la Cina. Anche l’avannotteria di spigole e orate (l’allevamento dei “cuccioli”) è triplicata negli ultimi cinque anni, ma si tratta di prodotti difficili da esportare: sarebbe quindi preferibile convertire questa produzione in allevamenti interni, con una filiera 100% italiana.

Dall’altro lato, la pesca tradizionale ha registrato un continuo calo di produzione negli ultimi 20 anni, con una flotta ridotta del 25% e richieste sempre maggiori di cassa integrazione, per fronteggiare la diminuzione delle giornate di lavoro. Un calo dovuto sia alla scarsità di pesce legata al cambiamento climatico e alla crisi energetica, sia alla riduzione delle giornate di pesca conseguente ai fermi biologici, introdotti per preservare il patrimonio ittico dei mari.

Se vogliamo continuare a mangiare il pesce, toccherà convertirsi nonostante le perplessità ecologiche spesso collegate agli allevamenti in mare. L’alternativa reale è limitarne il consumo, come abbiamo fatto con la carne, consapevoli dell’enorme danne economico sulla filiera.