C’è la Puglia dei grandi resort che piacciono ai californiani e delle spiagge a 60 euro per un lettino, e c’è la Puglia dei piccoli paesini, che non risentono positivamente dei riflettori puntati sulla regione ogni estate da almeno dieci anni a questa parte.
Uno di questi paesini è Pietramontecorvino, piccolo comune di 2.350 abitanti in provincia di Foggia, una delle province meno cool, che sta provando a sviluppare solo ora la sua rete di alberghi e locali. A Pietramontecorvino c’era un solo caffè, il Bar Caffè Basile, fondato nel 1888 da Aniello Basile, che aveva fatto di tutto per renderlo un posto al passo coi tempi, anche andare a imparare l’arte del gelato artigianale a Napoli e portarla, tra i primi, qui nel nord della Puglia. Oltre ai gelati vi si compravano i complimenti, dolcetti di mandorle pugliesi che si regalano nelle occasioni speciali, e la cassata o lo zuccotto per la domenica. Ma era soprattutto un luogo di ritrovo per una birra ghiacciata e una partita a carte tra gli anziani del paese.
Al bar di Basile si sono succeduti diversi proprietari, gli ultimi, una coppia, Nicola e Lucia, che però nel gennaio di quest’anno hanno chiuso, per il raggiungimento dell’età pensionabile.
Il paese ha reagito con affetto nei confronti degli ultimi proprietari, ma anche con un po’ di indignazione per la chiusura di quell’unico posto di ritrovo del loro paese, il post su Facebook nella pagina “Sei di Pietramontecorvino se..” ha avuto oltre 150 commenti. Dopo la chiusura sono passati pochi mesi ed è uscito un progetto che prevede di riaprire il locale con una forma nuova, il prossimo 24 agosto.
Il progetto del caffè comunitario, ma senza scopo di lucro
“Ce vedeme o’ cafè” sarà il nome del nuovo progetto comunitario, sposato dal piccolo comune per riprendere a far funzionare il caffè. L’input viene dall’Associazione di Promozione Sociale Dalla Parte dei Paesi, con sede a Pietramontecorvino, nata nel 2026 con l’obiettivo di contrastare lo spopolamento delle aree interne e montane della Puglia attraverso progetti di innovazione, cultura e lavoro.
Quello che riaprirà non sarà un caffè nel senso di un’attività commerciale tradizionale: sarà uno spazio condiviso, pensato come luogo di incontro e di socialità, in cui ci saranno giochi da tavolo, libri e la possibilità di consumare una bibita (anche se non è ancora chiaro come avverrà la somministrazione, ma è lecito pensare che avverrà un po’ come avviene negli oratori). Anche gli arredi saranno condivisi, ma non è specificato se lo saranno perché donati dalla collettività o perché acquistati dal Comune.
L’APS Dalla Parte dei Paesi ha dichiarato di ispirarsi a un’iniziativa francese chiamata 1000 cafés, lanciata nel 2019 dal Groupe SOS per far rinascere i caffè nei comuni rurali francesi con meno di 3.500 abitanti. L’obiettivo è riportare nei piccoli centri non soltanto un luogo di incontro, ma anche servizi di prossimità: i café possono diventare, a seconda delle esigenze del paese, bar e piccoli ristoranti, punti per il pane, la stampa, i prodotti locali, i pacchi e altri servizi. Il programma coinvolge i comuni, gli abitanti e i gestori, che vengono selezionati, formati e accompagnati nella gestione dell’attività; il Groupe SOS può inoltre contribuire agli investimenti e, in alcuni casi, sostenere economicamente il gestore nei primi anni, fino a quando il locale raggiunge un equilibrio economico.
Il progetto francese è però abbastanza differente da quello italiano. Lì l’obiettivo è fare del caffè un’attività economica sostenibile, capace di mettere insieme più funzioni: caffè, panetteria, centro logistico per pacchi e corrispondenza, vendita di giornali, oltre a essere ovviamente un punto di incontro per iniziative culturali e sociali. Il programma nasce proprio dalla convinzione che un’attività commerciale possa contribuire alla vita sociale del paese e, contemporaneamente, al suo dinamismo economico.
Il progetto italiano, almeno per come viene raccontato oggi dall’associazione e dall’ANSA, ha un carattere diverso, perché non vuole essere collegato al successo economico dell’operazione. Potrebbe essere il suo forte, ma è anche possibile che sia un modo per accettare in partenza che le piccole comunità devono rassegnarsi a non avere una vita economica. Il che potrebbe non essere vero, e potrebbe addirittura essere fuorviante.
Se la Francia – che dello statalismo fa una bandiera molto più credibile della nostra – propone invece la libera iniziativa economica, pur sostenuta e guidata nei piccoli paesi, forse dovremmo copiare il progetto per intero. Economia e socialità non devono per forza essere due vocazioni contrapposte.