L’80% dei fondi UE destinati all’agricoltura vanno ancora a carne e latticini

Lo studio della ONG Foodrise mostra quanto le politiche agricole europee vadano contro le buone pratiche di salute e di tutela ambientale.

L’80% dei fondi UE destinati all’agricoltura vanno ancora a carne e latticini

Il 19 febbraio scorso sul sito della ONG Foodrise è stato pubblicato il rapporto “CAP at the Crossroads: Reforming EU CAP subsidies to support healthy sustainable diets”. L’aspetto più interessante dello studio è che la politica agricola comune (PAC) dell’UE fornisce 580 volte più sussidi alla carne bovina e ovina e 240 volte più sussidi alla carne suina rispetto ai legumi. I latticini invece hanno ricevuto 554 volte più finanziamenti rispetto a frutta secca e semi (16 miliardi di euro contro appena 29 milioni di euro). Più in generale circa il 77% del totale dei sussidi PAC agli agricoltori (39 miliardi di euro su 51 miliardi) sono destinati a sostenere carne e latticini.

Come tutti sanno le raccomandazioni dell’OMS riguardano un consumo maggiore di verdure, cereali e legumi, a discapito delle proteine animali. L’altra raccomandazione in favore di una dieta prevalentemente vegetale viene dalla necessità ambientale: gli allevamenti consumano molte risorse e inquinano con i liquami e i gas serra. Nello studio infatti si legge: “In media la sola carne bovina produce emissioni per grammo di proteina tra le 21 e le 62 volte più elevate rispetto ai legumi”.

Come mai l’UE finanzia così tanto l’industria della carne e del latte?

Il motivo di questo sbilanciamento sui sussidi sembra spiegarsi esclusivamente con ragioni burocratiche: i sussidi all’agricoltura sono assegnati in base alla dimensione delle aziende agricole. Le aziende di carne e latticini – che utilizzano grandi terreni per coltivare mangimi destinati agli animali – ricevono una quota maggiore rispetto alle colture vegetali, soprattutto una volta conteggiati anche i sussidi ai mangimi.

Tuttavia tutti conosciamo la narrazione delle destre (trumpiane et similia) riguardo al cambiamento climatico inesistente e all’apologia di un’alimentazione ricca di carne e latte. Non solo, chi pone una certa attenzione al dibattito sull’alimentazione si sarà accorto che sempre più spesso esperti anche della cosiddetta medicina alternativa cominciano a suggerire diete con un buon apporto proteico, con la limitazione di cereali integrali, legumi e verdure che sono messi sul banco degli imputati per la presenza di lectine o per la sofisticazione (soprattutto nel caso del grano). Sembra dunque di assistere a un momento in cui il vento sta cambiando, e non nella buona direzione [almeno secondo chi scrive].

Qualcosa si muove nell’UE sull’agricoltura ma essere ottimisti è difficile

cereali

Lo studio di Foodrise si riferisce ai dati dell’annus horribilis 2020, perché quelli sono i dati più recenti disponibili e completi a livello europeo al momento dell’analisi; tali dataset richiedono infatti molto tempo per essere raccolti, classificati e resi pubblici. Tuttavia chi ha effettuato lo studio afferma che la distribuzione e la dimensione delle grandi aziende agricole europee difficilmente è cambiata negli ultimi 5 anni.

Nel 2024 però è stato istituito da Ursula von der Leyen un tavolo comune tra agricoltori, supermercati, scienziati e gruppi ambientalisti chiamato “Strategic Dialogue on the Future of Agriculture” che ha certificato che gli europei consumano più proteine animali di quanto raccomandato dagli scienziati. La richiesta è che le politiche europee riescano a promuovere uno stile di vita sostenibile e salutare senza perdere un punto sulla redditività degli agricoltori e sulla sicurezza alimentare. Un obiettivo arduo da raggiungere e ancora decisamente lontano.

Secondo Martin Bowman – responsabile delle politiche e delle campagne di sensibilizzazione di Foodrise – “Il rischio concreto è che – con le imminenti e cruciali decisioni sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034 – carne e latticini continuino a ricevere la quota maggiore dei finanziamenti e che l’UE prosegua nel suo tentativo di ridimensionare gli impegni ambientali sotto la pressione delle lobby agroindustriali e dell’ascesa dell’estrema destra”.