Chissà se, una volta toccata la materia prima nazionalpopolare per eccellenza, la pasta, gli Italiani avranno orecchie per ascoltare gli autotrasportatori e per accorgersi della loro protesta. Protesta che va avanti da giorni, e che lascia gli scaffali vuoti, e i magazzini pieni di merce che deperisce, così come fa quella negli orti, senza essere trasportata al consumatore. Ogni protesta ha i suoi effetti collaterali, ma questi, in tempi di lotta allo spreco, fanno un po’ male. Eppure, gli effetti non dovrebbero mai prevaricare i motivi delle proteste, quelli per cui si sente il dovere di fermarsi, incrociare le braccia e far valere la forza del proprio lavoro.
Perché così è: gli autotrasportatori stanno facendo vedere quanto è importante il loro lavoro, e quanto in fretta il sistema si rompe se loro si fermano. Il tema sul tavolo è il caro benzina, per cui, dopo un primo tavolo di confronto, il governo ha promesso lo sblocco di 480 milioni di euro, ma la protesta non è finita e il prossimo incontro istituzionale è previsto per il 27 ottobre: i trasportatori siciliani hanno revocato il fermo, mentre in Campania, Puglia e Calabria le agitazioni continuano. Anche perché il problema, al momento, sembra essere circoscritto al Sud Italia, motivo per cui forse ha avuto una eco limitata: è soltanto in alcune zone che gli scaffali dei supermercati sono vuoti, ma presto la protesta potrebbe far sentire i suoi effetti anche al Nord, colpendo ciò che gli Italiani amano di più, la pasta.
Molisana e Rummo in difficoltà
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La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburante è riuscita infatti a fermare anche la produzione di uno dei simboli della tavola italiana: il pastificio Rummo di Benevento ha fermato gli impianti, mentre La Molisana, a Campobasso, ha dovuto ridurre drasticamente l’attività.
La situazione più critica è quella di Rummo. Cosimo Rummo, presidente e amministratore delegato dell’azienda, ha spiegato a Repubblica che lo stabilimento è rimasto senza scorte dopo giorni di consegne bloccate. Il primo giorno di stop è stato lunedì 19 ottobre: niente camion, niente cisterne, niente materie prime. E senza grano e semola, per quanto possa essere tecnologicamente avanzato un pastificio, non c’è molto da fare. Il paradosso è che il rincaro del gasolio, che pesa sui trasportatori, finisce per mettere in difficoltà anche le aziende alimentari che hanno già riconosciuto aumenti nei contratti di trasporto. È proprio il punto sollevato da Cosimo Rummo, che ha dichiarato di aver adeguato i compensi ai propri trasportatori in funzione del prezzo del carburante, senza riuscire comunque a evitare le conseguenze dei blocchi.
La Molisana, invece, ha fatto sapere all’Ansa di aver ridotto drasticamente la produzione, continuando a lavorare grazie alle scorte di materia prima in magazzino. Una soluzione tampone, che permette di guadagnare tempo ma non di risolvere il problema: se i rifornimenti non ripartono, anche le riserve finiscono.
La protesta va avanti ormai da circa una settimana e coinvolge snodi cruciali della logistica meridionale. Anche in Puglia, dove si concentra una parte rilevante della filiera del grano duro e della produzione di semola, diversi stabilimenti stanno affrontando difficoltà analoghe.
E non sono soltanto Rummo e La Molisana a essere coinvolte. Anche il pastificio Garofalo, a Gragnano, ha dovuto fare i conti con il blocco delle forniture, arrivando a riprendere l’attività soltanto parzialmente. Il rischio, insomma, è che le conseguenze della protesta si estendano a una fetta importante della produzione nazionale.
Di certo, non finiremo la pasta sugli scaffali. Ma forse, è davvero l’ora di aprire gli occhi sulle motivazioni della protesta, più che sulle sue conseguenze dirette sul nostro giardino.