La pausa pranzo è aumentata del 368%, e si torna alla “schiscetta”

I numeri di Federconsumatori parlano chiaro: la pausa pranzo sta diventando un lusso per pochi, e i lavoratori si ingegnano per far quadrare i conti.

La pausa pranzo è aumentata del 368%, e si torna alla “schiscetta”

Non c’è tregua per il portafoglio degli italiani, e a complicare le finanze dei lavoratori, oltre ai rincari su carburanti, bollette e nel carrrelo della spesa, ci si mette anche la pausa pranzo. I bei tempi in cui si ricaricavano le batterie con un piatto caldo o anche un panino al bar sembrano ormai un miraggio lontano per chiunque cerchi di far quadrare i conti, e a certificarlo oggi ci sono i numeri dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori. I dati parlano chiaro e raccontano un trend che non lascia spazio a dubbi: mangiare fuori durante l’orario di lavoro costa fino all’8% in più rispetto allo scorso anno, e se si fa un salto indietro nel tempo e si confrontano i listini attuali con quelli di 25 anni fa, la crescita è da capogiro, toccando un incredibile +368%.

La pausa pranzo, ormai un lusso per pochi

chiscetta-forno-microonde

Anche le opzioni all’apparenza più frugali hanno raggiunto cifre che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate impensabili. Per capirci, chi sceglie di sgranocchiare un semplice tramezzino accompagnato da una bottiglietta d’acqua da mezzo litro e un caffè si ritrova a spendere fino a 7 euro. Se invece si opta per un pasto appena più strutturato con un piatto di pasta, un bottiglietta d’acqua, un dessert e l’immancabile espresso, il conto medio sale a ben 16,19 euro.

Moltiplicando queste cifre per i cinque giorni della settimana lavorativa, si ottiene un’uscita media di circa 81,00 euro a settimana, una spesa che su base annua oscilla tra i 2.760 euro e i 3.250 euro, a seconda che ci si conceda qualche pranzo completo oppure ci si accontenti di scelte più veloci. Guardando nel dettaglio i singoli prodotti, si scopre che nel corso degli ultimi venticinque anni i rincari hanno colpito duro: il gelato ha registrato un aumento del 368%, il tramezzino del 355%, la pizzetta rossa del 335% e persino la classica bottiglietta d’acqua da mezzo litro è salita del 323%.

I prezzi del caffè si abbassano, ma la tazzina non è destinata a scendere I prezzi del caffè si abbassano, ma la tazzina non è destinata a scendere

Con stipendi sostanzialmente fermi e rincari generali che opprimono le famiglie, è del tutto naturale che le persone cerchino un modo per correre ai ripari. Alcuni dipendenti trovano rifugio tra le corsie dei supermercati e della grande distribuzione organizzata, acquistando piatti pronti o prodotti monodose, ma la vera regina della resistenza al caro-vita resta lei: la cara e vecchia schiscetta preparata a casa. Portarsi il pranzo da casa garantisce un risparmio netto di circa il 75% rispetto alle uscite al bar o alla tavola calda, e se un pasto medio fatto in casa si attesta sui 4,90 euro, con un minimo di pianificazione è possibile abbattere ulteriormente questa cifra e scendere sotto la soglia dei 2 euro.

Federconsumatori consiglia di prediligere ingredienti di origine vegetale, sostituendo le più costose proteine animali con i legumi, e adottare qualche piccolo trucco di cucina, come cucinare farro o cereali in pentola a pressione per più giorni con un’unica cottura cosa che riduce i tempi e alleggerisce pure la bolletta del gas. Tutte considerazioni utili, certo, ma gli sforzi individuali dei lavoratori non possono bastare a risolvere un problema sistemico, e dall’associazione arriva un grido d’allarme rivolto alle istituzioni per chiedere interventi incisivi a tutela del potere d’acquisto dei cittadini: “in primo luogo, chiediamo un innalzamento del valore dei buoni pasto, spesso del tutto insufficienti a fronte degli aumenti registrati negli ultimi anni.”.

Quando McDonald’s abbassa i prezzi dobbiamo davvero preoccuparci Quando McDonald’s abbassa i prezzi dobbiamo davvero preoccuparci

A questo si aggiunge la necessità impellente di fare chiarezza lungo tutta la filiera della ristorazione e del commercio. Non tutti i rincari appaiono infatti giustificati dai meri costi energetici o delle materie prime: “sollecitiamo un monitoraggio puntuale e continuo dei prezzi praticati da bar, tavole calde, mense, punti di ristoro e gdo. Gli aumenti registrati risultano, infatti, in molti casi, sproporzionati rispetto all’effettivo andamento dei costi di gestione e potrebbero risentire, spesso, di dinamiche poco trasparenti e volontà speculative.” Nel frattempo, tra ricette fantasiose, contenitori termici e pause pranzo al risparmio, i lavoratori continuano ad adattarsi, in attesa che si trovi un equilibrio più giusto tra stipendi e costo della vita.

Aggiungici come fonte preferita su Google