La robusta amazzonica sta dando una possibilità al caffè nonostante la crisi climatica e dei prezzi

C'è una storia parallela al mercato del caffè, quella del robusta amazzonico che sta aiutando la popolazione indigena e che sta aiutando la riforestazione.

La robusta amazzonica sta dando una possibilità al caffè nonostante la crisi climatica e dei prezzi

Dopo la convention annuale della National Coffee Association, svoltasi dal 12 al 14 marzo 2026 a Tampa, in Florida, l’idea che il prezzo del caffè — salito vertiginosamente nel 2024 — possa calare è diventata realtà, anche se il costo per il consumatore rimarrà lo stesso.

I motivi vanno ricercati nell’aumento della produzione in Sud America e in Vietnam, che negli anni precedenti avevano subito gravi cali a causa della siccità, e nel cambiamento dei consumatori, che, di fronte a prezzi inaffrontabili, hanno iniziato a rivolgersi a caffè più economici. Fino a qui, il parallelo tra l’andamento del mercato del cacao e quello del caffè è calzante. Tuttavia, tra le righe, questa crisi del caffè ha avuto una conseguenza destinata a emergere nei prossimi anni: la rivalutazione del robusta.

Riassunto per i meno attenti: il caffè nel mondo si produce principalmente in due varietà: robusta e arabica. Solo quest’ultima è considerata di qualità superiore, grazie a profili aromatici più complessi e gradevoli, e accede ai vertici degli speciality coffee, ovvero il caffè di alta qualità valutato con almeno 80/100 secondo gli standard internazionali.

La storia dei Suruí e del robusta amazzonico

A marzo, The Guardian ha raccontato la storia di Celeste Paytxayeb Suruí, famosa barista e produttrice indigena in Brasile appartenente ai Surui, che abitano la parte settentrionale del Paese. Dopo la partenza dagli immigrati non indigeni che 40 anni fa avevano espropriato la terra di questa popolazione per piantare il caffè, non tutte le comunità Surui hanno mantenuto la coltivazione “straniera”; quella di Celeste sì e il caffè pregiato che produce ora si chiama “robusta amazzonico”.

Come dicevamo, il robusta è tradizionalmente considerato un caffè di “serie B”; eppure, poiché prospera a temperature più elevate rispetto all’arabica, sarà probabilmente fondamentale per soddisfare la domanda globale. La produzione di robusta è già passata dal 28% del totale negli anni ’90 al 44% nel 2023.

Il robusta amazzonico deriva da incroci naturali tra piante di conilon e robusta ed è parte della specie canephora. Per valorizzarlo, l’Embrapa, l’ente federale brasiliano per la ricerca agricola, sta testando 64 nuovi incroci, selezionando alberi più resistenti al caldo e alla siccità, oltre che con un sapore migliore.

Tuttavia non è tutto semplice: anche le piantagioni di robusta, pur sopportando meglio il caldo, cedono davanti alla siccità.

Il nuovo caffè e la riforestazione

piantagioni di caffè

Le ricerche mostrano che le piante di caffè beneficiano della vicinanza alle foreste, che garantiscono elevata umidità, temperature stabili, impollinatori naturali e predatori dei parassiti. I Suruí stanno riforestando il loro territorio dal 2004, quando hanno completato un piano di gestione ambientale di 50 anni.

Dunque il robusta amazzonico dei Suruí contribuisce anche alla lotta contro la deforestazione, ed è quindi in linea con la EU Deforestation Regulation (Regolamento UE 2023/1115), il cui obiettivo è rompere il legame tra consumo europeo e distruzione delle foreste. Anche se, come notavamo, si sono dimenticati di includere il caffè solubile nella normativa.

The Guardian propone anche altri esempi, come una famiglia di Rondônia (un territorio poco più a sud di quello dei Surui) che gestisce una fattoria producendo caffè dalla pianta alla tazzina. La famiglia ha vinto più volte premi per la sostenibilità, grazie a pratiche come irrigazione a risparmio idrico, piantumazione di 1.500 alberi per proteggere le fonti d’acqua e allevamento di api per favorire l’impollinazione.

Queste iniziative rimangono però perlopiù private. I Suruí avevano la possibilità di riforestare tramite i crediti di carbonio, certificati di protezione della foresta comprati dalle aziende per compensare le proprie emissioni. Tuttavia, questo meccanismo si è inceppato nel 2018 a causa di attività estrattive illegali nella foresta e eprché in generale ottenere questi crediti è molto impegnativo perché bisogna garantire un monitoraggio del territorio capillare e molto costoso.

Proprio per questo i Suruí si sono concentrati sulla piantagione del caffè, redditizia e capace di finanziare in autonomia la riforestazione. Con un paio di ettari coltivati a caffè, una famiglia brasiliana può ottenere un reddito mensile di circa 5.000 reais, ovvero circa 1.000 dollari.

L’aumento della produzione di una monocultura come il robusta però, nelle mani sbagliate, può favorire la deforestazione per creare nuova superficie agricola. L’equilibrio resta quindi precario.