Marco e Roberto Parmigiani sono i figli di Tullio Parmigiani, che nel 1970 ha messo su un negozio di formaggi e salumi a Graffignana, nel Lodigiano. Prodotti per lo più locali e quell’atmosfera familiare che si respira ancora nei negozietti di provincia. Certo, negli anni Marco e Roberto hanno ampliato la visione imprenditoriale del padre, e hanno trasformato la sua bottega aggiungendo un servizio di macelleria con carni scelte al dettaglio e all’ingrosso, un banco ortofrutta, un reparto panetteria, una selezione di gastronomia. Insomma, Parmigiani Tullio e figli è diventato molto più di una drogheria di quartiere, un bel negozio con una bella scelta di prodotto. Sempre la visione imprenditoriale ha portato Marco e Roberto a costruire un’offerta con il loro marchio, visto che tutto sommato il loro era diventato un nome di riferimento per la clientela come sinonimo di salumi e formaggi di qualità.
Così, tra le altre cose, si sono inventati un formaggio Parmigiani. Che però gli è costato assai caro.
La storia del formaggio Parmigiani
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“Era un progetto che già avevamo iniziato con mio padre”, racconta Marco. “Un formaggio duro italiano, che ci produceva un caseificio, e che personalizzavamo con il nostro cognome e il logo del nostro negozio”.
Il risultato era una forma di formaggio “Parmigiani”, che veniva anche venduto in tagli confezionati, sempre con lo stesso logo. È un generico “formaggio duro italiano”, come effettivamente indicato molto chiaramente sulla confezione. Però, secondo qualcuno, quella forma lì, con quel nome lì, sembra un po’ troppo un Parmigiano.
A sostenerlo è il Consorzio Parmigiano Reggiano, che a settembre 2024 arriva con i Nas di Parma per un controllo. Il tema è proprio quella forma di formaggio, che con il marchio Parmigiani rischia – a detta del Consorzio – di trarre in inganno il consumatore, e di plagiare il Parmigiano, quello vero. In effetti, se il prodotto fosse stata una robiola, il problema non si sarebbe posto, ma così la somiglianza poteva esserci. Ma chissà se era davvero tale da indurre il consumatore in errore? Questo, eventualmente, avrebbe dovuto stabilirlo un tribunale. Ma in tribunale non si è andati: troppo dispendioso per i Parmigiani, che hanno deciso di fare un passo indietro.
Il risultato, in ogni caso, sono stati venticinque mila euro di multa per i Parmigiani, poi ridotti con un patteggiamento a 4mila euro. “Più la distruzione delle forme e delle scatole già ordinate, quindi c’è anche un danno economico”, dice Marco Parmigiani. “Ma noi non potevamo infilarci in una battaglia legale infinita e costosa. D’altra parte potevano fare una telefonata, prima di intervenire in questo modo”, dice. “E poi, l’azienda ha questo nome dal 1970, è il cognome della mia famiglia: possibile che non possiamo usarlo?”