Le microplastiche sono il problema di questi decenni: non fai in tempo a dare conto di un nuovo studio su quanto quelli passati fossero imprecisi, che ne arriva subito un altro. Questa volta riguarda i paradisi tropicali di Fiji e Tonga, nel Pacifico meridionale, uno dei mari – si diceva fino a poco tempo fa – meno inquinati dalle plastiche del mondo.
Il nuovo studio si intitola Considering ecological traits of fishes to understand microplastic ingestion across Pacific coastal fisheries ed è stato pubblicato a gennaio sulla rivista PLOS One. L’indagine ha analizzato 878 pesci appartenenti a 138 specie, raccolti in alcune delle isole considerate paradisi tropicali incontaminati: Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu. Il campione era costituito dai pesci pescati quel giorno dai pescatori locali e, dopo aver prelevato le parti necessarie per lo studio, quegli stessi pesci sono finiti sulla tavola degli isolani.
Lo studio ha riscontrato che, in media, il 32,7% dei pesci conteneva microplastiche nel tratto gastrointestinale, con una media di 0,76 particelle di plastica per pesce. Tuttavia i più contaminati erano quelli delle Fiji (oltre il 70%); un po’ meno quelli di Tonga (circa il 41%); quelli di Tuvalu si attestavano intorno al 37%, mentre Vanuatu registrava appena il 5%. I fattori che rendono plausibili queste differenze sono la maggiore densità di popolazione nelle isole principali e, ovviamente, le correnti oceaniche.
Inoltre lo studio ha scoperto che i pesci che vivono sulla barriera corallina, quindi in acque poco profonde, presentano più plastica nel tratto gastrointestinale; e che quelli che si nutrono di piccoli invertebrati e molluschi ne accumulano in quantità maggiore.
Interessante notare quali plastiche siano state rinvenute: le fibre di microplastica — provenienti da tessuti e attrezzature da pesca — predominavano, rappresentando dal 66% al 95% delle particelle identificate dal team. Dunque non si tratta soltanto di un inquinamento che queste isole subiscono dall’esterno, ma molto probabilmente, in larga parte, dipende anche da materiali che gli abitanti utilizzano per svolgere il loro lavoro.
Questo pone inevitabilmente una questione sociale: l’approvvigionamento di materiali naturali per le reti da pesca probabilmente è troppo costoso, ma così questa popolazione rischia di inquinare il proprio stesso cibo (la dieta degli isolani è composta in grandissima percentuale dal pesce pescato) e, anche se gli effetti delle microplastiche sull’organismo sono ancora tutti da valutare, è difficile immaginare che il sistema sanitario locale possa reggere l’urto di un eventuale aumento delle malattie.
Come siamo messi sulle plastiche?

Negli oceani le microplastiche sono altamente presenti: le stime parlano di una quantità compresa tra i 75 e i 199 milioni di tonnellate. Probabilmente tutti, almeno una volta, abbiamo sentito parlare dell’isola di plastica che si estende per 1,6 milioni di chilometri quadrati: non una vera isola, ma una vasta zona di accumulo di rifiuti galleggianti tra la costa occidentale degli Stati Uniti e le Hawaii.
Forse però non tutti sanno che nel 2022 è stato avviato il Trattato Globale sulla Plastica, un accordo internazionale — ancora in fase di negoziazione — promosso dalle Nazioni Unite per affrontare l’inquinamento da plastica lungo tutto il suo ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento. Nelle intenzioni si tratta di un trattato giuridicamente vincolante per i Paesi che lo sottoscrivono, contro l’inquinamento da plastica, comprese le microplastiche.
Gli ambiti di intervento del trattato sono la produzione di plastica vergine, la progettazione ecologica dei prodotti, la gestione dei rifiuti, soprattutto per quanto riguarda la dispersione negli oceani.
175 Paesi membri dell’ONU hanno approvato la risoluzione iniziale per negoziare il trattato. Potrebbe essere un primo passo avanti.