Alla fine il tanto discusso regolamento su quali nomi possano essere usati o meno per commercializzare le alternative alla carne a base vegetale è arrivato, e i consumatori europei potranno finalmente sentirsi al sicuro dal pericolo di poter scambiare, sugli scaffali del supermercato, della barbabietola per carne di manzo.
Il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’Unione Europea hanno infatti raggiunto un accordo, indicando un totale di 31 termini banditi: una decisione, presa il 5 marzo 2026 a seguito di negoziati trilaterali, che stabilisce una divisione tra nomi di ricette o preparazioni di uso comune e quelli che indicano tagli e animali, che d’ora in poi saranno riservati esclusivamente ai prodotti a base di carne.
Le parole vietate e quelle no

Ecco quindi le parole vietate, da non utilizzare per prodotti di origine vegetale: manzo, vitello, maiale, pollame, pollo, tacchino, anatra, oca, agnello, montone, ovino, capra, fuso, filetto, controfiletto, fianco, lombo, costine, spalla, stinco, costoletta, ala, petto, coscia, punta di petto, rib-eye, T-bone, scamone, pancetta, bistecca e fegato. Il divieto è stato esteso in via preventiva anche alla carne coltivata, sebbene questi prodotti non siano ancora disponibili sul mercato dell’UE.
Nelle intenzioni, questa legislazione mira a proteggere l’industria zootecnica, con l’eurodeputata francese Céline Imart che ha definito il traguardo un successo innegabile per gli allevatori europei. Imart ha dichiarato che l’accordo “riconosce il valore del lavoro degli allevatori e protegge i loro prodotti, frutti di un know-how unico, contro una forma di concorrenza sleale”. I sostenitori del provvedimento, tra cui le associazioni degli allevatori come European Livestock Voice e Copa-Cogeca, sostengono che l’uso di nomi legati alla carne sia fuorviante e svaluti il significato culturale dei prodotti tradizionali. In precedenza, il presidente di Copa-Cogeca Jean-Pierre Fleury si era riferito a questa pratica come a un “dirottamento culturale”.
Le reazioni di produttori e associazioni

Il settore dei prodotti a base vegetale ha accolto con favore il fatto che termini come burger, salsiccia e nugget rimarranno consentiti, a condizione che i prodotti siano chiaramente etichettati come vegetali. Anna Strolenberg, eurodeputata dei Verdi che ha partecipato ai negoziati, ha commentato: “Fortunatamente, la polizia conservatrice delle parole non è riuscita a vietare il burger vegetale. Sfortunatamente, una serie di altre parole finisce comunque sulla lista nera. È un peccato: l’Europa dovrebbe sostenere gli imprenditori innovativi, non porre nuovi ostacoli sul loro cammino”.
Jasmijn de Boo, CEO globale di ProVeg International, ha espresso preoccupazione per l’impatto della decisione, affermando che “rimuovere termini familiari non migliora la trasparenza; riduce la chiarezza e aumenta l’attrito al momento dell’acquisto”. Ha inoltre aggiunto che “l’impatto reale dipenderà da come queste regole verranno attuate in pratica… L’etichettatura dovrebbe responsabilizzare i consumatori e sostenere un sistema alimentare competitivo e pronto per il futuro”.
Anche l’Organizzazione Europea dei Consumatori (BEUC) ha definito il divieto deplorevole, con il direttore generale Agustín Reyna che ha sottolineato: “I consumatori vogliono mangiare in modo più sano e hanno bisogno di opzioni convenienti e accessibili. Questi nomi rendono facile per coloro che vogliono integrare queste opzioni nelle loro diete, e le nuove regole aumenteranno la confusione e semplicemente non sono necessarie”.
Dal punto di vista industriale, le aziende dovranno affrontare costi per la riprogettazione del packaging e sfide nella standardizzazione delle etichette, con un impatto particolarmente significativo sulle piccole e medie imprese. Rafael Pinto, senior policy manager della European Vegetarian Union, ha spiegato che “i termini burger e salsiccia sono stati salvati grazie all’ampio uso storico per prodotti non a base di carne in alcuni stati membri. Anche la dimensione del mercato dei burger e delle salsicce vegetali, rispetto ad altri prodotti, è stata un fattore decisivo”.
Per consentire ai produttori di adeguarsi e smaltire le scorte, è previsto un periodo di transizione di tre anni: i dettagli tecnici dell’accordo saranno finalizzati il 13 marzo 2026, prima del voto finale in plenaria al Parlamento Europeo.
