L’export agricolo di Israele è al collasso

Il boicottaggio da parte del mercato europeo e asiatico sta mettendo in ginocchio l'agricoltura da esportazione israeliana.

L’export agricolo di Israele è al collasso

Diverse testate israeliane riportano come le esportazioni agricole del paese stiano affrontando una grave crisi, che molti agricoltori non esitano a definire come un “imminente collasso”, la cui causa è la crescente opposizione internazionale alle azioni militari a Gaza.

Inchieste recenti dell’emittente pubblica Kan 11 evidenziano come i produttori di agrumi e manghi siano tra i più colpiti, con una drastica riduzione degli ordini provenienti dai mercati europei e asiatici, in una situazione che ha portato Israele a essere associato alla Russia in quella che i media locali chiamano “l’alleanza dei boicottati”.

“Nemmeno un singolo container”

mango

Il settore degli agrumi, un tempo simbolo centrale dell’economia nazionale, sta subendo perdite significative. Nitzan Weisberg, gestore di piantagioni presso il kibbutz Givat Haim Ichud, ha spiegato che i frutteti rischiano di essere sradicati a causa della mancanza di ordini dall’estero: “Il frutto israeliano, nonostante la sua alta qualità, è attualmente meno desiderato in Europa” aggiungendo che “stiamo effettivamente operando in perdita dall’inizio della guerra”.

Anche Daniel Klusky, segretario generale dell’Organizzazione dei Coltivatori di Agrumi Israeliani, ha confermato il blocco totale delle esportazioni verso mercati precedentemente solidi: “Prima della guerra, esportavamo fino in Scandinavia. Ma dopo la guerra, non abbiamo esportato nemmeno un singolo container”.

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La situazione non è migliore per la produzione di manghi nel nord del paese. Moti Almoz, agricoltore ed ex portavoce militare, ha riferito che il 25% del suo raccolto, descritto come folle per quantità, è rimasto a terra a marcire. Almoz ha spiegato il rifiuto dei mercati esteri dicendo: “A causa della guerra a Gaza, stanno riducendo la scala di acquisto da Israele. Non vogliono i nostri manghi”. Un altro agricoltore, Dodi Matalon, ha riportato che su 1.200 tonnellate di frutta prodotte, ben 700 rimarranno sugli alberi o marciranno a terra, definendo la situazione come “una crisi come non abbiamo mai vissuto prima”.

Oltre al boicottaggio internazionale, diversi fattori logistici stanno aggravando la crisi, come il blocco del Mar Rosso da parte degli Houthi che ha costretto le compagnie di navigazione a utilizzare rotte più lunghe e costose, compromettendo l’accesso ai mercati asiatici. Ronen Alfasi, un agricoltore di Hibat Zion, denuncia come i container arrivino con ritardi di 90 o 100 giorni, presentando gravi problemi di qualità.

Alfasi ha inoltre sottolineato la riluttanza dei partner commerciali europei: “In Europa, ci parlano solo se gli manca qualcosa. Se hanno un’alternativa, evitano di comprare da noi”. Quando gli è stato chiesto se questo rifiuto fosse esplicitamente legato alla situazione nazionale di Israele, ha risposto chiaramente: “Sì”.

La storia del marchio Jaffa

jaffa arance

Un aspetto significativo di questa crisi riguarda il marchio Jaffa. Storicamente associato alle arance israeliane, era stato creato e reso celebre a livello internazionale dagli agricoltori palestinesi a partire dalla metà del XIX secolo, e il nome stesso del prodotto deriva dalla città portuale di Jaffa, snodo principale per la sua esportazione verso i mercati mondiali.

Con la guerra arabo-israeliana del 1948 e la Nakba, l’esodo forzato della popolazione araba palestinese, la “Sposa del mare” venne sottoposta dalle forze sioniste a una pulizia etnica che la trasformò in una città quasi completamente ebraica, e anche la gestione e il controllo del celebre marchio di agrumi passò in mani israeliane. Ora le arance Jaffa sembrano virtualmente scomparse dal mercato internazionale, in un declino interpretato come una sorta di resa dei conti morale guidata dal mercato, dopo un’appropriazione coloniale della cultura palestinese.

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Nonostante le ingenti perdite economiche, alcuni agricoltori mantengono una posizione ideologica intransigente. Moti Almoz, ad esempio, ha dichiarato di rifiutarsi di vendere i propri prodotti ai mercati di Gaza: “Se c’è una possibilità che io perda denaro perché questo mango si trasforma in un interesse di Hamas, allora ho bisogno di perdere denaro”.

Il collasso delle esportazioni agricole si inserisce in un contesto di più ampio declino economico: dati governativi indicano infatti che l’attività economica complessiva è scesa del 26% nell’ultimo trimestre del 2023. Mentre settori come la tecnologia e gli investimenti soffrono per l’esitazione degli investitori stranieri a collaborare con uno stato al centro di controversia internazionale, il settore agricolo teme che il danno al marchio israeliano possa essere permanente e irreversibile.

I coltivatori concordano sulla gravità della situazione, e invocano con un’urgenza un intervento del governo per scongiurare il rischio che, anche qualora il conflitto si risolvesse a condizioni accettabili dalla comunità internazionale per interrompere il boicottaggio, Israele si ritrovi senza più un’agricoltura da esportazione.