L’impatto del conflitto in Medio Oriente visto dal CEO di Danone

Secondo il numero uno di Danone, nelle prossime due - tre settimane si deciderà l'impatto macroeconomico del conflitto in Medio Oriente.

L’impatto del conflitto in Medio Oriente visto dal CEO di Danone

Della preoccupazione riguardo i rincari dei generi alimentari dovuti ai conflitti in Medio Oriente si è parlato ampiamente, ma ora a unirsi al coro è uno degli attori più importanti del settore: parliamo dell’amministratore delegato di Danone, Antoine de Saint-Affrique, che ha recentemente espresso forte incertezza riguardo al futuro dei prezzi alimentari a causa dell’escalation del conflitto in Iran. Parlando con la CNBC, il dirigente ha infatti sottolineato come la pressione inflazionistica derivante dalla guerra potrebbe portare a un aumento dei costi per i consumatori, per quanto possa volerci ancora un po’ di tempo.

L’impatto economico del conflitto

prodotti alimentari

Riguardo alla durata e alle conseguenze del conflitto, de Saint-Affrique ha dichiarato: “Nessuno sa quando la guerra si fermerà e, a seconda di come si evolveranno le prossime due o quattro settimane, l’esito dal punto di vista macroeconomico sarà molto, molto diverso”. Quando gli è stato domandato esplicitamente se l’azienda intendesse aumentare i prezzi nell’immediato, ha risposto che “non siamo ancora a quel punto”, aggiungendo tuttavia che “se durerà abbastanza a lungo, avrà un impatto”.

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La situazione è aggravata dalla chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz, un passaggio vitale attraverso cui transita normalmente un quinto dell’offerta globale di petrolio. Questo blocco ha causato un’impennata non solo dei prezzi energetici, ma anche dei costi di spedizione e dei fertilizzanti. L’economista di ING, Thijs Geijer, ha spiegato che “i costi più elevati a un certo punto arriveranno sugli scaffali, poiché gli aumenti dei prezzi per le materie prime, gli input agricoli, l’energia, l’imballaggio e il trasporto vengono trasferiti attraverso le catene di approvvigionamento”. Geijer ha inoltre osservato che “la maggior parte degli economisti e delle aziende prevedeva un rallentamento dell’inflazione alimentare. È chiaro che ciò non accadrà quest’anno”.

Anche le istituzioni internazionali e le federazioni di settore hanno espresso preoccupazione: la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha avvertito che il conflitto porterà inevitabilmente a un’inflazione più alta e a una crescita più debole. Nel frattempo, la Food and Drink Federation britannica ha rivisto drasticamente le sue previsioni, stimando un’inflazione alimentare di almeno il 9% entro la fine dell’anno.

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Nonostante le sfide macroeconomiche, de Saint-Affrique ha manifestato ottimismo sulla capacità di resilienza di Danone, puntando sulla forza dei propri marchi. Secondo il CEO: “Questo è il momento in cui è necessario continuare a investire nei marchi. Le persone si stanno concentrando, quindi o sei rilevante, o non sei rilevante… Questo è il tempo per noi di continuare a concentrarci su ciò che ci rende diversi, ciò che ci rende unici e ciò che porta valore per il consumatore”.

La pressione sui prezzi non riguarda solo i produttori, ma anche i rivenditori, che avvertono di non poter assorbire i costi aggiuntivi a tempo indeterminato. Ad esempio, il rivenditore britannico Next ha previsto costi extra per circa 15 milioni di sterline a causa del conflitto, ma non potrà andare avanti a lungo: “Oltre i prossimi tre mesi, se vedremo persistere questi costi, inizieremo a trasferire i costi attraverso prezzi più elevati“.