L’intelligenza artificiale sta decidendo cosa dobbiamo mangiare?

C'è un think tank internazionale che ha analizzato come le Big Tech, con i loro strumenti di agricoltura digitale, stiano influendo su cosa coltiviamo.

L’intelligenza artificiale sta decidendo cosa dobbiamo mangiare?

Secondo il rapporto Head In The Cloud: Challenging the False Promise of Digital Agriculture and Cultivating Innovation from the Ground Up, prodotto dall’International Panel of Experts on Sustainable Food Systems (IPES-Food) e pubblicato il 26 febbraio scorso, grandi aziende come Amazon, Google e Alibaba stanno lavorando con le grandi imprese dell’agroindustria per influenzare le coltivazioni.

“Le aziende stanno giocando con il sistema alimentare, e non possiamo permetterci che venga manipolato”, ha dichiarato al The Guardian Pat Mooney, autore canadese ed esperto di agricoltura che ha contribuito al rapporto Head in the Cloud, aggiungendo che queste aziende tendono a concentrarsi solo su cinque colture: mais, riso, grano, soia e patate.

In poche parole, l’uso degli strumenti digitali, e soprattutto degli agenti di AI, nel mercato del cibo globalizzato, se non regolato, porterà a un’ulteriore specializzazione della monocoltura nel mondo, con danni ineluttabili alla biodiversità locale, all’ambiente – che verrà forzato a produrre colture non necessariamente favorevoli – e ai contadini, che rischiano di perdere il know-how locale per essere eterodiretti dai vertici aziendali, ai quali interessa verosimilmente la rapidità e la produttività delle colture.

Il sistema alimentare globalizzato sta mostrando tutti i suoi punti deboli, a partire almeno dalla crisi del grano seguita allo scoppio del conflitto in Ucraina, e sta venendo a galla nuovamente in questi giorni tutta la sua portata, con la chiusura dello stretto di Hormuz come atto di guerra.

Come funziona l’IA in agricoltura

trattore digitale

Le aziende tecnologiche – che The Guardian ha tentato di contattare per una replica, senza ottenere risposta – alimentano i loro modelli di intelligenza artificiale con dati raccolti dagli agricoltori e da strumenti come sensori satellitari e droni per analizzare le condizioni climatiche e la salute del suolo.

Successivamente usano queste informazioni per consigliare agli agricoltori cosa coltivare, ad esempio suggerendo una particolare varietà di semi adatta al livello di umidità del terreno in una determinata area. Tuttavia, i modelli di IA sono per loro natura limitati ai database che possono interrogare: è quindi probabile che chi sviluppa questi modelli non consideri rilevanti dati su micro-coltivazioni locali, grani antichi, frutti e legumi tradizionali.

Il rapporto Head in the Cloud invita anche i decisori politici a prestare attenzione: questi strumenti digitali vengono presentati come innovativi e strategici, e dunque è possibile che la politica si faccia carico dei costi di gestione offrendo incentivi agli agricoltori per adottarli.

La vastità del mercato dell’agricoltura digitale

Il mercato degli strumenti digitali applicati all’agricoltura valeva 30 miliardi di dollari lo scorso anno e si prevede che raggiungerà gli 84 miliardi di dollari entro il 2034 (dati della società di analisi Fortune Business Insights). Secondo il rapporto Head in the cloud, la World Bank ha già finanziato 1,15 miliardi di dollari in prestiti per progetti di agricoltura digitale e l’Unione europea ha speso 200 milioni di euro in ricerca nel settore.

Nello specifico, gli agricoltori devono dotarsi di questi software di analisi, ma anche acquistare macchinari compatibili con la rilevazione dei dati e, nella maggior parte dei casi, sementi sperimentate e standardizzate, già integrate nei sistemi digitali.

E non è solo questo il problema: se l’agricoltura si digitalizza sempre di più a partire da tecnologie costose e modelli proprietari esclusivi delle grandi aziende tecnologiche, gli agricoltori più piccoli rischiano di essere progressivamente esclusi dal sistema.

Il rapporto si chiude raccontando di una possibile “agroecologia” già messa in atto da comunità locali, piccole e grandi, che utilizzano gli strumenti tecnologici a vantaggio di una produzione non solo più sostenibile, ma anche più centrata sull’uomo prima che sulla macchina: dalle banche dei semi all’uso dei social network tra agricoltori di una stessa zona per condividere informazioni meteo (come avviene in Tanzania).

A scommetterci si direbbe che questo sarà uno dei grandi temi del prossimo futuro.