di Luca Iaccarino 7 Febbraio 2018
iyo milano

Abito in una delle maggiori città italiane e non c’è uno, un solo ristorante di cucina straniera di buon livello.

Cibo di strada “etnico”: quanto ne voglio. Fascia media: qualcosetta. Fine dining: manco uno. Zero spaccato. Nada. Vuoto. Nisba.

Mi pare che l’unico centro del nostro paese in cui si possano assaggiare alcune cucine del mondo nella loro espressione contemporanea sia Milano.

Tokuyoshi, Wicky, Gong, Yazawa, Iyo…: e anche qui, come si evince piuttosto facilmente dai nomi, parliamo quasi esclusivamente di suggestioni asiatiche. Ci sta: l’Oriente è grande (non mi riferisco alla massoneria), ha una cultura gastronomica pazzesca.

[Tokuyoshi a Milano: la prima volta non si scorda mai]

Ma nel resto d’Italia?

Nella mia città, Torino, l’unico che faceva una cosa un po’ fusion a certi livelli –Kido-Ism di Takashi Kido– ha chiuso. Altri non me ne vengono in mente.

E Roma? Zuma, magari, ma poco altro (parlando di ristorazione gourmet, si intende).

Altrove?

[Com’è mangiare da Iyo, il primo ristorante fusion stellato d’Italia]

La mia opinione è che siamo cresciuti in una tradizione culinaria così forte che questo ci ha reso felici e pasciuti ma anche conservatori e poco curiosi.

Per fare un esempio di un paese più aperto nonostante una storia golosa radicatissima (a Dubai è naturale): il miglior locale della Tailandia è un indiano (Gaggan, c’è stato quel privilegiato del mio amico Gabriele due settimane fa).

Ora: io non dico che ai vertici della ristorazione italiana ci debba essere un locale straniero. Ma almeno trovare uno buono – anche uno solo – in una città da un milione d’abitanti, quello non mi spiacerebbe.