Ma che c’azzecca Mogol con la cucina italiana sul palco di Sanremo?

C'era da aspettarselo: la Cucina Italiana Patrimonio Unesco è arrivata sul Palco di Sanremo, rappresentata da una casacca da chef regalata a un autore di canzoni meravigliose. Ed è inutile chiedersi dove sia la cucina, perché non c'è.

Ma che c’azzecca Mogol con la cucina italiana sul palco di Sanremo?

E te pareva che la cucina italiana non sarebbe arrivata sul palco di Sanremo. Lo aspettavamo, questo momento, per un riconoscimento dell’Unesco che – suo malgrado, probabilmente, è stato dal giorno zero lanciato con la forza di un traguardo nazionalpopolare fatto di paste al sugo, polpette e nonne in grembiule (e pure di Rita Levi Montalcini e barattoli di Nutella, a giudicare dal logo, ma questa è un’altra storia).

Lo sapevamo, che sarebbe finita così: lo avevamo ampiamente predetto e da subito avevamo ricevuto le prime evidenti conferme, con un ministro Lollobrigida esaltatissimo all’idea di avere un tricolore nuovo di zecca da sfoggiare ovunque (perfino sul Colosseo, anvedi che roba) come una stelletta al petto del Ministero dell’Agricoltura, che già è tanto se da quel giorno non è stato ribattezzato Ministero della Cucina Italiana.

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E quindi, anzi, ci eravamo stupiti che la cucina italiana non avesse ancora fatto capolino sul palco più nazionalpopolare. Ed eccola là, arrivata ieri sera giusto in tempo a rassicurarci, gridando “ci sono anche io”.

La cucina italiana sul palco di Sanremo

Per fortuna è arrivata solo lei, e non il ministro Lollobrigida, in un Sanremo in cui perfino la presidente del Consiglio ha fatto un passo indietro sulla sua (vera o presunta) partecipazione.

La cucina è arrivata, in veste di veste, e scusate il gioco di parole ma è esattamente così. L’ha presentata – ovviamente – Carlo Conti, e non è arrivata come un piatto di pasta, una pizza o chessò, un tiramisù. È arrivata invece sotto forma di giacca da chef, con cucita sopra la nuova sgargiante toppa tricolore che – a quanto ha spiegato Conti – centinaia di migliaia di miliardi di cuochi in tutto il mondo avranno da oggi a disposizione per raccontare come la loro cucina sia parte del Patrimonio Unesco.

Le modalità della distribuzione di questa toppa, e i criteri secondo cui verrà distribuita, non li conosciamo e non siamo certissimi di volerli sapere, per poi magari scoprire che potrebbero finire al pizzaiolo italiano emigrato in Germania che prepara le fettucine Alfredo. Ma siamo sempre qui a pensar male, e di certo avranno messo in piedi un sistema per capire i cuochi italiani più meritevoli di italianità a cui regalare il gagliardetto da cucire, nell’eventualità, accanto alla Stella Michelin sul petto.

Ma perché Mogol?

E ora, visto che di polemica non ne abbiamo fatta abbastanza, e di polemiche questo Sanremo ha un bisogno disperato, non resta che fare l’ultima domanda: ma perché Diavolo Mogol? Perché, tra tante scelte che si potevano fare, il momento in cui esibire quella nuova casacca e raccontare la cucina italiana Patrimonio Unesco è stato affidato a uno dei più grandi autori della musica italiana? Basta osservare il momento, quella casacca da chef passata dalle mani di un presentatore alle mani di un autore musicale per capire chi è il grande assente di questo siparietto sul palco dell’Ariston: proprio lei, la cucina italiana.

In poche, dipietriane, parole: ma che c’azzecca Mogol con la cucina italiana?

Sì, ok, come immancabilmente ci ricorda oggi Lollo sui suoi social, il maestro Mogol “Ha scritto anche “Vai Italia”, la canzone che ha accompagnato il riconoscimento della cucina italiana a Patrimonio dell’UNESCO: cantata dal Maestro Al Bano, insieme al coro dell’Antoniano e ai ragazzi di Caivano”. Ma, ora, è possibile che non si sia trovato neanche un rappresentante uno più meritevole di stare lì a dire due cose sul percorso verso quel riconoscimento, o su cosa può rappresentare quel riconoscimento per l’Italia?

Lasciamo perdere i giornalisti, va bene. Ma abbiamo decine di super chef televisivi che potrebbero essere felici di salire un minuto sul palco più celebre dello show italiano. Loro magari due cose avrebbero potuto dirle, con un po’ di competenza. Finanche Antonella Clerici, rappresentante assoluta della cucina televisiva e già avvezza a quel palco, sarebbe stata più adatta a raccontare quello che indubbiamente è un riconoscimento importante da mettere a frutto in molti modi. Ma che così, come temevamo, rischia di venire buttato alle ortiche, più che ai fiori di Sanremo.