Mangiamo sempre le stesse verdure ed è un problema

Un team di ricercatori multidisciplinari ha lanciato un allarme sul fatto che le specie coltivate industrialmente stanno eliminando tutte le altre.

Mangiamo sempre le stesse verdure ed è un problema

Di solito agosto è un mese di viaggi, e non sarà sfuggito a nessuno che spesso i mercati dei contadini del Nord Europa o del Nord America siano pieni di carote viola e gialle e pomodori di colori, forme e dimensioni originali: è la moda degli ortaggi antichi che da una ventina d’anni ha leggermente aumentato lo spettro dei vegetali che ingolliamo. Quest’anno ho trovato dei fagiolini bianchi e dei fagiolini neri in un orto in montagna, e poi ovviamente ci sono gli ocra e la frutta esotica che si trova nei banchi gestiti dagli asiatici più o meno in ogni mercato. Oggi si può dire che ci sia una varietà di vegetali superiore a quella che si consumava una trentina di anni fa, eppure non basta.

Alla fine di luglio, un gruppo internazionale di scienziati provenienti da diverse organizzazioni ha compiuto uno studio con il fine di fare una sintesi interdisciplinare di dati e conoscenze già disponibili sulla biodiversità degli ortaggi. Alla ricerca hanno partecipato anche alcuni scienziati della Global Crop Diversity Trust, un’organizzazione internazionale non profit, istituita nel 2004 dalla FAO per sostenere la conservazione a lungo termine della diversità genetica delle colture agricole.

Il rapporto è stato pubblicato lo scorso 26 luglio sulla rivista multidisciplinare peer-reviewed Proceedings of the National Academy of Sciences e si intitola Reversing vegetable biodiversity loss to diversify diets. Potremmo dire che si tratta sostanzialmente una chiamata alle armi per proteggere le specie di vegetali che stiamo perdendo: gli scienziati citano tra gli altri la zucca amara dell’India o la pianta ragno dell’Africa (Gynandropsis gynandra), una verdura a foglia tradizionalmente coltivata e consumata in diverse aree dell’Africa.

In sostanza, coltivare diverse tipologie di ortaggi metterebbe un po’ più al riparo da quello che è successo in questa estate rovente, cioè la perdita di gran parte delle colture per la siccità e il calore estremo. Aumentare la produttività delle superfici coltivate con piante che si adeguano al nuovo clima potrebbe anche migliorare l’accesso a un cibo sano ed economico per molte persone.

I numeri dello studio sulla biodiversità degli ortaggi

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Secondo i ricercatori, in tutto il mondo le persone consumano in media circa il 40% di ortaggi in meno rispetto a quanto raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Questa percentuale aumenta nei Paesi a basso reddito e un consumo insufficiente di ortaggi rientra tra i cinque principali fattori di rischio alimentare per le malattie a livello globale, spiegano gli autori.

I ricercatori nello studio dicono che nel mondo esistono almeno 1.480 specie di ortaggi commestibili, eppure nell’ultimo secolo la varietà di ortaggi ha subito una diminuzione importantissima: nell’80% degli studi analizzati dal team scientifico, cioè circa 4 su 5, confermano una diminuzione sostanziale. Si tratta di una conseguenza del fatto che la ricerca agronomica sta privilegiando alcuni tipi di piante, selezionandone i geni perché siano sempre più produttive (pensiamo ai pomodori o ai peperoni), trascurando invece completamente altre piante.

L’altro dato interessante segnalato dallo studio è quello sulle varietà selvatiche. Gli autori hanno preso a modello le 79 principali specie di ortaggi individuate dalla FAO e hanno analizzato lo stato di conservazione dei loro parenti selvatici, cioè delle piante della stessa specie di una coltivata, che però cresce spontaneamente: il risultato è che il 24% dei parenti selvatici valutati risulta a rischio di estinzione.

Se avevate idea, contro il caro vita, di aumentare il consumo di erbe selvatiche nella vostra alimentazione (una bella zuppa di ortiche?) o di dare una possibilità nel vostro orto a qualche pianta insolita o a qualche coltura antica, è il momento.

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