Marsiglia: una fabbrica di tè sfida Unilever, ma la sopravvivenza è difficile

Una fabbrica di tè in quel di Marsiglia, Francia, sta sfidando Unilever, che voleva delocalizzare la produzione in Polonia.

marsiglia tè

Una sorta di Davide contro Golia dei giorni nostri, solo – considerando la crisi economica e sociale in corso – un po’ più folle. Ci stiamo riferendo a quanto sta capitando in quel di Marsiglia, nel sud della Francia, dove di fatto una modesta fabbrica di ha deciso di sfidare la multinazionale britannica Unilever. Una gara naturalmente alimentata da risorse impari: da un lato abbiamo infatti una produzione complessiva di appena 220 tonnellate di tè all’anno, dall’altra la potenza economica pressoché illimitata di uno dei principali colossi del settore agroalimentare. Folle? Un po’, come abbiamo accennato poche righe fa. Romantico? Ah, decisamente. Di successo? Ni – il morale è alto, ma le sfide sono molte e la dura legge del numero non concede sconti.

Davide contro Golia ma con il tè: come è nato il tutto?

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Per comprendere le ragioni che hanno portato alla nascita di questa lotta è importante essere consapevoli del fatto che 1336 – questo il nome adottato dalla piccola fabbrica, come i giorni del lungo conflitto con la multinazionale d’Oltremanica – era, di fatto, una piccola costola di Unilever. Come sovente accade in situazioni di questo tipo, il conflitto ha avuto origine quando il Golia di turno ha tentato di tagliare i costi delocalizzando la produzione in un contesto più economico – la Polonia, in questo caso.

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La storia è vecchia come il mondo: cancellare dei posti di lavoro con una semplice firma. Un procedimento che, non c’è ombra di dubbio, ha una certa convenienza – non c’è bisogno di confrontarsi con l’umanità di chi stai lasciando a casa se ti limiti a cancellarli con un colpo d’inchiostro. I dipendenti, tuttavia, non ci sono stati; e hanno deciso di rilevare la propria fabbrica intavolando una lotta di resistenza per continuare a produrre.

“La nostra è la battaglia di una cooperativa che vuole una società dove le persone contano, dove sono le persone a fare vivere la loro azienda, e non gli azionisti” ha spiegato Marie-Clarie Amato, una portavoce della cooperativa in questione. “Noi vediamo le cose in una maniera meno convenzionale”. L’intento è virtuoso, la storia ricca di stimoli e ispirazione: come se la cavano, però, i libri contabili?

La nuova gestione ha abbracciato una filosofia di produzione nettamente diversa, scegliendo di impiegare materie prime naturali e francesi: una scelta nobile, che tuttavia potrebbe non bastare a garantire la sopravvivenza. Come anticipato in apertura, infatti, la produzione è di appena 220 tonnellate all’anno; e i dipendenti sono solo 46 – un quarto di quelli che lavoravano quando la fabbrica era sotto Unilever. Il problema principale è il tasso di inflazione in crescita costante – un cappio che stritola il potere d’acquisto dei consumatori e sfavorisce i prodotti più ricercati come il tè di 1336.