Da pochi giorni è stato pubblicato il Coffee Barometer 2026, in cui è contenuto il Coffee Brew Index, un indice che valuta gli 11 principali torrefattori mondiali sulla base delle principali questioni legate alla sostenibilità preparato da una coalizione di organizzazioni non governative e soggetti attivi nella sostenibilità della filiera del caffè. Non si tratta di premiare, ovviamente, le iniziative pur lodevoli, o il cosiddetto greenwashing, ma di scendere più in profondità su quanto il comportamento quotidiano delle aziende sia ambientalmente, ma anche socialmente, sostenibile.
Il Coffee Barometer esiste da 20 anni e questa edizione anniversario, purtroppo, segnala che il settore del caffè non ha risolto i suoi problemi strutturali: i produttori restano poveri, i rischi climatici aumentano e gran parte del valore economico continua a essere catturato a valle della filiera (trader, torrefattori e distributori). Un’analisi particolarmente interessante perché il dibattito mainstream sul caffè spesso si annoda intorno ai temi ambientali, pur importantissimi, tralasciando però il valore sociale di questa economia e il suo impatto sulla povertà di intere aree di coltivazione.
Dall’analisi di quest’anno si evince un fatto nuovo e non troppo edificante: secondo le regole europee sul salario equo (CSDDD), che entreranno pienamente in azione nel 2029, nessuna delle grandi industrie mondiali del caffè è in regola. La storica Direttiva europea sulla Due Diligence di Sostenibilità delle Imprese (CSDDD) richiede alle grandi aziende di affrontare e correggere i problemi relativi ai diritti umani e all’ambiente nelle proprie catene di approvvigionamento, pena sanzioni fino al 3% del fatturato globale. Proposta dalla Commissione Europea nel 2022 e approvata definitivamente nel 2024, la direttiva entrerà in applicazione in modo graduale, con obblighi che per molte grandi imprese diventeranno pienamente operativi entro il 2029.
Il Coffee Barometer sostiene che le aziende non possono aspettare il 2029 per adeguarsi: modificare contratti, politiche di acquisto e sistemi di controllo della filiera richiede anni di preparazione, motivo per cui il rapporto valuta già oggi il loro livello di preparazione come troppo scarso e sostiene che sia sostanzialmente molto difficile adeguarsi per tempo.
I produttori di caffè restano poveri, dunque la vera sostenibilità è impossibile

Tra le industrie coinvolte ci sono ovviamente Nestlé, Starbucks, Kraft Heinz, ma anche Lavazza, giusto per fare i nomi più noti.
Il motivo di questo problema salariale va ricercato soprattutto nel fatto che la produzione del caffè resta in mano a imprese familiari molto piccole, con in media non più di due ettari di terreno a testa. Secondo il rapporto, circa 12,5 milioni di famiglie agricole producono la maggior parte del caffè mondiale. Per queste famiglie esistono reali problematiche dovute al cambiamento climatico, che sta riducendo le aree coltivabili, mentre la crisi del Golfo sta facendo aumentare il prezzo dei fertilizzanti.
Dall’altro canto, queste famiglie non ricevono dalle grandi aziende del caffè un salario equo. È importante notare che, nel contesto del rapporto, “living income” (reddito dignitoso) indica il reddito necessario affinché una famiglia possa coprire i bisogni essenziali (alimentazione, alloggio, istruzione, sanità e un margine per gli imprevisti), non semplicemente un salario minimo legale.
Al contempo, il business del caffè resta molto redditizio nei Paesi consumatori; con gli aumenti importanti registrati nel biennio 2024-2025 anche per i consumatori finali, la redditività resta alta soprattutto per le aziende, anche e soprattutto perché i produttori ricevono una quota limitata del valore generato.